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Ex Ilva, sciopero Usb: “Taranto dice no ai ricatti”

"La città scelta come simbolo da cui deve ripartire una lotta per cui non ci sia la vittoria del capitale contro la natura"
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BARI – L’appuntamento alle sei dinanzi allo stabilimento siderurgico di Taranto per ricordare che la città dice “no ai ricatti” che bisogna “liberarla dai veleni, chiudere gli impianti inquinanti e difendere ambiente e salute”. Questi i capisaldi dell’iniziativa organizzata dall’Usb, come spiega alla Dire Pierpaolo Leonardi, segretario del sindacato.

“Stamattina si è verificato un fatto importante: rappresentanti dei cittadini, delle associazioni ambientaliste e del sindacato Usb dei lavoratori interni, che dentro la fabbrica è molto forte, hanno deciso di dar vita a una mobilitazione. Un’iniziativa – dice mentre ai tornelli si accalcano persone – che si concluderà con un corteo, per dire che Taranto deve vivere, che la fabbrica non può continuare a essere una cattedrale, un cimitero dentro la città né contro la città”.

Tutti gli iscritti al sindacato oggi sono in sciopero, “in lotta in tutta Italia – rimarca Leonardi – insieme al Fridays For Future e hanno scelto questa città come simbolo da cui deve ripartire una lotta per cui non ci sia una la vittoria del capitale contro la natura, non ci sia una vittoria del capitale contro il lavoro”.

L’adesione allo sciopero è “grande” e Taranto “oggi svolta: c’è una risposta importante da parte della fabbrica e soprattutto – evidenzia Franco Rizzo, Usb Taranto – c’è un segnale di unità in una comunità che purtroppo ha pagato lo scotto di tante divisioni. Oggi possiamo tranquillamente affermare – sottolinea – che abbiamo superato tutte le divisioni e che si è creato un fronte di lotta che deve portare al riscatto di una città che ha il diritto di respirare, di vivere, lavorare, in condizioni completamente diverse rispetto a quelle che la grande fabbrica ha offerto fino a ora”.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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