FOTO | I meme sul Covid? Dilagano (e aiutano a superare i momenti difficili), ma non fanno ridere tutti

Dai dpcm alle mascherine, i mesi di pandemia hanno portato sui social anche un'ondata di ironia e gag. Lo Iuss di Pavia ha intervistato 1.751 persone
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

BOLOGNA – Vignette, meme, battute e gag: ridere sulla pandemia per sdrammatizzare. L’umorismo legato al Coronavirus (dalla quarantena alla gestione dell’epidemia da parte delle istituzioni) è stato uno dei fili conduttori degli ultimi mesi. Come in ogni dramma, c’è una fetta di popolazione che risponde anche ridendoci su, o almeno provandoci. Ma questo umorismo, c’è da dire, non piace a tutti. Lo prova una ricerca a cui ha lavorato la Scuola Universitaria Superiore Iuss Pavia (ci hanno lavorato Luca Bischetti, Paolo Canal e Valentina Bambini), che ha studiato l’apprezzamento dell’umorismo legato al Covid-19 e quali sono i fattori di personalità che lo regolano. Le persone intervistate sono state 1.751 distribuiti su tutto il territorio italiano. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista scientifica Lingua. Ebbene, chi ride e che non ride sul Covid? E perchè? 

LEGGI ANCHE: FOTO e VIDEO| Italiani in quarantena forzata: come sopravvivere all’emergenza coronavirus

Con l’avanzare dell’età, l’ironia sulla pandemia non piace. Anzi, a quanto pare disturba. Le fasce che più di altre sono più a rischio di avere gravi conseguenze dalla malattia, ossia gli over 65, hanno di fronte alle battute una reazione di fastidio più marcato. Del resto l’esperta di umorismo Sophie Scott, professoressa di neuroscienze cognitive presso l’University College London, il 15 marzo 2020 scriveva: “Non c’è niente che sia divertente per tutti, ovunque“.

I MEME PIACCIONO DI PIÙ E AIUTANO A SUPERARE I MOMENTI DIFFICILI

Tra i tipi di umorismo legato al Covid-19, i dati della ricerca hanno rivelato che i meme sono quelli che vanno per la maggiore e sono percepiti come più divertenti rispetto alle battute puramente verbali. Sembra quindi che il nesso tra immagine e parola sia in grado di evocare emozioni più forti per quanto riguarda i livelli di comicità, aiutando a scavalcare il fastidio richiamato dalle tematiche più tetre”, spiega una nota dello Iuss di Pavia. Ridere sulla pandemia non guasta, insomma. Per alcune persone “la capacità di usare l’umorismo come strategia per superare i momenti di difficoltà si è rivelata un tratto di personalità in grado di promuovere le sensazioni positive e di ridurre il potenziale disturbante che scaturisce dalla comprensione degli elementi spiritosi legati al Coronavirus”. Per chi invece è più esposto al virus, viceversa, la paura di essere contagiati può “amplificare le emozioni di disturbo associate alle battute a ai meme legati al Covid-19”. 

LEGGI ANCHE: FOTO | VIDEO | Giuseppe Conte come Patrick Swayze in ‘Dirty Dancing’: è il nuovo sex symbol del web

LA PANDEMIA INVESTE ANCHE LA COMUNICAZIONI SOCIALE

Nel complesso, lo studio contribuisce a chiarire come le implicazioni della pandemia vadano ben oltre gli aspetti clinici, colpendo anche la sfera della comunicazione sociale e in particolare le interazioni sui media”. E ora lo studio prosegue. “Non ci fermiamo qui”, dicono i ricercatori. Durante l’estate e in questa nuova fase di incremento dei contagi, infatti, proseguono le condivisioni di battute, vignette, e meme legati alla pandemia sui social media. “Nelle prossime settimane- spiegano i ricercatori- lanceremo la seconda parte dello studio che indagherà se e come l’apprezzamento dell’umorismo ispirato al Coronavirus è mutato rispetto alla prima fase della pandemia, insieme all’influenza di altri fattori personali, per esempio in relazione al numero di familiari e amici colpiti dal virus o alla paura del contagio da Covid-19”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

29 Ottobre 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»