Ruanda. Albert canta ancora, grazie alla chiesa pro-Lgbt

Albert Nabonibo, giovane cantante gospel in Ruanda, aveva raccontato di essere omosessuale su un canale Youtube e da quel momento la Chiesa di Kigali, dove si recava per cantare, gli aveva chiuso le porte
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ROMA – “Se scopre che sei gay, la Chiesa qui ritiene che la tua musica non possa più servire il Signore”: a denunciarlo era stato Albert Nabonibo, giovane cantante gospel in Ruanda. Ad agosto aveva raccontato di essere omosessuale su un canale Youtube e da quel momento la Chiesa di Kigali dove si recava per cantare gli aveva chiuso le porte. Di recente, Albert ha però trovato una nuovo luogo dove dar voce alla sua passione: una Chiesa pentacostale della città. La sua storia era diventata un caso, finito sui media internazionali e sul tavolo di alcuni ministri ruandesi, che avevano condannato l’esclusione di Albert a causa del suo orientamento sessuale. Decisivo però sarebbe stato l’interessamento della ong ruandese Amahoro, impegnata a trovare un luogo dove anche le persone più emarginate possano esprimere liberamente la propria fede.

Tramite l’organizzazione, Albert è stato messo in contatto con un istituto religioso aperto a tutti senza distinzione di stato sociale od orientamento sessuale, nato dall’alleanza tra la Chiesa locale Church of God of Africa and Rwanda e un’associazione di fedeli afro-americani denominata The Fellowship of Affirming Ministries (Tfam).

“Qui si fa un’opera di riconciliazione con la parola di Gesù Cristo, che porta un messaggio di accettazione radicale” ha detto Joseph Tolton, vescovo della Tfam, dopo una messa a Kigali a inizio ottobre. Secondo Tolton, la sua Chiesa “rifiuta il lavoro della rete evangelica conservatrice americana che cerca di influenzare l’evoluzione della società di alcuni Paesi africani”. Un riferimento anche alla vicina Uganda, dove gli evangelici sono stati spesso accusati di aggravare le discriminazioni a danno delle persone Lgbt. Gli omosessuali non sono perseguibili per legge in Ruanda ma sono spesso vittime di abusi. Nel 2011 il governo di Kigali ha firmato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

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