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Eduardo Savarese: “La morte è l’ultimo tabù, il mio libro è un invito al confronto”

Intervista allo scrittore che con 'Il tempo di morire' (Wojtek edizioni) si è posto l'obiettivo di ricreare una cultura della morte
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Per oltre un millennio l’uomo ha avuto familiarità con la morte. Dal Medioevo alla metà del Novecento, morire era considerato un fatto normale. Malattie, guerre, carestie erano sempre in agguato e durante la vita, di solito breve, l’uomo non faceva altro che prepararsi al momento del trapasso. I libri ci raccontano di uomini che attendevano la morte nel letto dopo aver dato disposizioni a parenti e amici. I riti funerari venivano compiuti in modo cerimonioso e l’atteggiamento dei vivi nei confronti dei morenti era di vicinanza. Durante il Romanticismo, addirittura, uno dei tratti principali era proprio il compiacimento verso l’idea della morte. Philippe Ariès ha definito questo atteggiamento “la morte addomesticata”.

Oggi pronunciare la parola morte fa paura. La società impone di non parlarne o di rimandare il discorso finché è possibile. Il linguaggio si è modificato in favore di una percezione della morte che non deve disturbare né impressionare. I bambini non devono vedere i morti. In famiglia il dolore si reprime, si va a piangere di nascosto o dall’analista. Il corpo della persona morta viene fatto sparire. La morte c’è, ma non si vede.

Lo scrittore e magistrato, Eduardo Savarese, con Il tempo di morire, Wojtek edizioni, ha scritto una lunga riflessione in forma di saggistica narrativa (“novelized non-fiction” direbbero gli americani), che ha l’obiettivo di ricreare una cultura della morte, che rispetti le scelte della coscienza individuale. Savarese disseziona il tema della morte: prematura, improvvisa, suicidio, eutanasia, nutrizione artificiale, dignità e santità della morte. 

Quanto è importante oggi arrivare a una cultura della morte?

“C’è sempre stata, in ogni civiltà di ogni epoca, una elaborazione della morte, un pensiero strutturato espresso con le immagini e con i riti. L’Occidente, che ha avuto un grande sviluppo nei diritti civili, ha smarrito l’identità individuale e collettiva della morte. Oggi l’idea dell’uomo è quello di un essere forte, che non invecchia, che combatte le malattie, che afferma se stesso. Questa visione ha portato a osservare la morte come fosse qualcosa da relegare in un angolo, da disprezzare. Lo dimostra anche questo libro, che le case editrici medio-grandi si sono rifiutate di pubblicare per la paura che il libro non vendesse e che le librerie avessero timore a presentarlo. La morte è l’ultimo tabù rimasto nello sviluppo della libertà individuale. Il mio libro è un invito a confrontarsi sempre serratamente su questo tema.

Leggendo il libro, nelle parti autobiografiche, ho avuto l’impressione che il tuo sguardo sia filtrato da un’angoscia di morte, come fosse una compagnia a volte anche dolce, non per forza cupa.

“Hai ragione, questa attrazione c’è. Io nella vita vedo sempre i germi della morte. Non è una cosa che vedo con affanno, anzi mi sembra un processo naturale. E’ come se avessi un certo feeling con la morte, osservarla e parlarne mi fa bene, e vedo che fa bene anche alle altre persone quando ne parlo.

Su questo aspetto di naturalezza, la narrativa aiuta a prendere contatto con se stessi. Sei d’accordo se ti dico che a me sembra che la narrativa sia il modo migliore per esorcizzare la morte, parlando di morti?

“Sì, è così. La narrativa, come anche la saggistica, mette le persone davanti alla morte, ma finora ho riscontrato un senso di grande sollievo in questo, non di paura. Credo che il sollievo derivi proprio dalla necessità che abbiamo di parlare di morte”.

C’è un libro sulla morte a cui tu sei affezionato? A me è venuto in mente La morte di Ivan Ilic di Tolstoj.

La morte di Ivan Ilich è una morte terribile. Tolstoj ha scritto un libro nero, tragico, amarissimo. Chi muore è solo e nessuno vuole saperne della morte. Cioran, in un suo celebre saggio, dimostra che Tolstoj con quel libro ha dichiarato il suo essere non credente. In generale, ci sono tante scene di morte nella letteratura. Una che mi è rimasta impressa è quella narrata da Kazantzakis in Capitan Michele, quando il capostipite, prima di morire, chiama i suoi amici ultra novantenni, e li interroga sulla vita, perché così può morire sereno. Aver letto quel libro dopo aver scritto Il tempo di morire è stata per me la conferma dell’importanza di ripensare una cultura della morte”.

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