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Afghanistan, appello della ‘Dante Alighieri’: “Salvate la cultura”

afgnahista credits Unhcr/Edris Lutfi
Una tavola rotonda per continuare a tenere alta l'attenzione sull'Afghanistan, sia per quanto riguarda le questioni geopolitiche che i legami con l'Italia
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di Francesco Mazzanti

ROMA – “Quando i talebani erano al potere hanno distrutto le statue di Buddha; oggi c’è il rischio che rovinino tutto il patrimonio culturale dell’Afghanistan, perché il fondamentalismo è sempre contro la cultura”. In un’intervista con l’agenzia Dire, lo scrittore e giornalista afghano Alidad Shiri ha espresso preoccupazione per il patrimonio artistico del Paese governato dai talebani.

Shiri, rifugiato in Italia dal 2005, è intervenuto all’incontro ‘Sì bella e perduta. Vent’anni di Italia in Afghanistan’, organizzato ieri pomeriggio dalla società ‘Dante Alighieri’. Una tavola rotonda per continuare a tenere alta l’attenzione sull’Afghanistan, sia per quanto riguarda le questioni geopolitiche che i legami con l’Italia. “È fondamentale che le associazioni culturali abbiano un rapporto con la società civile rimasta nel Paese ma in questo momento non so cosa succederà” ha continuato Shiri. “In questi 20 anni sono state fatte alcune cose, ma ora stiamo tornando indietro e consegnando tutto ai talebani”.

All’incontro era presente anche lo scrittore Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito afghano e autore del libro testimonianza ‘L’ultimo lenzuolo bianco’, edito da Neri Pozza. Alla Dire, Bitani ha riferito che entro la fine dell’anno pubblicherà il libro ‘Addio a Kabul’, con il giornalista Domenico Quirico: è un’analisi delle “motivazioni della conquista delll’Afghanistan da parte dei talebani in 25 giorni”.

Lo scrittore è convinto che in questi 20 anni sia stata data poca importanza all’educazione e alla cultura. “Invece di costruire scuole abbiamo costruito le caserme” ha denunciato. “Invece di dare l’educazione ai bambini, abbiamo dato loro le armi. Abbiamo speso il 95% dei soldi negli eserciti e solo il 5% nell’educazione. Anche questo ha portato il disastro che vediamo oggi in Afghanistan”. Il ponte aereo da Kabul, terminato il 30 agosto, ha permesso di trasferire in Italia più di 5.000 persone. Alcune famiglie però sono state separate e molti attivisti e giornalisti sono rimasti in Afghanistan, affrontando seri rischi per la propria incolumità.

Dawood Yousefi è un mediatore culturale afghano che ha partecipato all’incontro alla ‘Alighieri’. Attivo nelle giornate di accoglienza all’aeroporto di Fiumicino, Yousefi ha voluto ricordare l’importanza di riattivare i trasferimenti di chi ora è in pericolo. “So che in questo momento ci sono realtà che stanno cercando di evacuare migliaia di persone che hanno lavorato con il governo italiano – ha riferito Yousefi alla Dire – ma dall’Afghanistan non si potrà più, bisogna farlo da paesi vicini come il Pakistan, l’Iran o il Tagikistan. Sicuramente la precedenza verrà data alle persone che hanno una parte della loro famiglia in Italia”.

Gli interventi dei relatori afghani sono stati preceduti da un dialogo sulla situazione geopolitica tra Andrea Ricciardi, presidente della ‘Dante Alighieri’, Stefano Pontecorvo, Alto rappresentante civile della Nato in Afghanistan, e Lucio Caracciolo, direttore di ‘Limes’.

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