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VIDEO | Ciad, i bambini in fuga da Boko Haram non sono soli a Forkoulom

Il Lago Ciad, un specchio azzurro con sempre meno acqua. Sulle sue sponde il campo di accoglienza per persone sfollate o rifugiate. Lì opera anche l'italiana Intersos

Pubblicato:29-08-2023 15:31
Ultimo aggiornamento:03-09-2023 17:49

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FORKOULOM (CIAD) – Non sa dire quanti anni avessero quei due bambini, in lacrime mentre bruciava la casa dove vivevano con i genitori. Ricorda solo che era di venerdì mattina. È come se da quel giorno per lei il tempo si fosse fermato o avesse cominciato ad avanzare improvviso e poi lento, non più su una linea retta; come seguisse il percorso a piedi al quale è stata costretta dopo l’assalto al suo villaggio. Questa giovane si chiama Fatimi Moussa, ha 29 anni e il volto incorniciato dall’hijab, il velo della tradizione islamica. Viveva sull’altra sponda del Lago Ciad, dal lato della Nigeria: a Baga, un villaggio di pescatori dato alle fiamme dal gruppo armato Boko Haram.

“Ahmed e Aisha sono i figli dei miei vicini di casa” spiega Fatimi all’agenzia Dire. “Erano rimasti soli, sotto shock: troppo piccoli per capire, piangevano”. Lei li ha presi per mano, seguendo chi ha avuto la fortuna di poter fuggire. “Mio marito non l’ho visto mai più” continua Fatimi, la schiena poggiata sui rami e le stoffe annodate che tengono su la capanna, a terra la stuoia condivisa con gli ospiti.

Le loro erano famiglie di pescatori. Le cose andavano bene nonostante nel corso degli anni la riva del Lago si fosse allontanata a causa di siccità più prolungate. Erano aumentate le tensioni tra le comunità ed erano divenuti più frequenti gli scontri tra coltivatori e pastori per l’acqua, i capi di bestiame e i pascoli, più radi.


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Oggi Fatimi tiene stretta a sé una bimba di due anni, nata da un nuovo matrimonio. Vive a Forkoulom, un campo di accoglienza per persone sfollate o rifugiate. Con lei ci sono ancora Ahmed e Aisha, che prese con sé quel venerdì mattina. “Il mio desiderio più grande”, sussurra, “è ritrovare i loro genitori naturali e riunire la famiglia”. Di loro, come di tanti altri minori soli costretti a lasciare le rive del Lago, si sta occupando anche l’organizzazione italiana Intersos grazie un progetto sostenuto dall’Unione Europea. Bisogna capire se e come sia possibile identificare le persone e permettere i ricongiungimenti familiari.

Fatimi sogna intanto di tornare a Baga, anche se si rende conto che la vita di prima non c’è più: i suoi familiari sono stati uccisi e comunque sarebbe troppo rischioso. Sa anche di non voler rinunciare a ciò che ha trovato a Forkoulom: quella sicurezza e quella protezione che le erano mancate per ben tre volte anche in Ciad, dopo essere fuggita dalla Nigeria.

Nel campo è arrivata a piedi, dopo nuovi assalti di gruppi armati, insieme con Ahmed e la sorella. “A scuola riesco bene perché mi piace” confida lui, che avrà otto anni: “Qui sono stato accolto”. È accaduto lo stesso a migliaia di altri bambini, negli “spazi sicuri” nati sia a Forkoulom che in altri campi nella regione del Lago grazie all’intervento di Intersos. “Ognuno di loro per noi è solo un bambino, non importa da dove arrivi o quale sia la sua comunità di origine” sottolinea Amédée Mbuyi Kalenga, un coordinatore locale dell’ong. “Negli incontri quotidiani animatori volontari insegnano il rispetto, il dialogo e la ‘competence de vie’, che vuol dire capacità pratiche ma anche desiderio di partecipare insieme, in comunità e in pace”.

Forkoulom è venuto su dove prima c’era il Lago, prosciugato da siccità che hanno inasprito la competizione per le risorse e le violenze dei gruppi armati. I media internazionali cominciarono a parlare di “Boko Haram” nel 2014, dopo il rapimento di 276 studentesse a Chibok, una cittadina della regione della Nigeria più vicina al Lago. Da allora non si sono fermate né le incursioni dei gruppi armati né le controffensive militari, condotte anche dagli eserciti di Camerun, Niger e Ciad, gli altri Paesi rivieraschi.

“Tante persone”, riferisce Kalenga, “sono arrivate a Forkoulom anche a inizio mese, dopo un nuovo assalto a villaggi che si trovano nella ‘zone rouge’, l’area più a rischio, dove le autorità nazionali vietano l’accesso anche agli operatori umanitari”. L’intervento europeo mira a garantire protezione e aiuto alle persone più vulnerabili, per far fronte a un’emergenza. Fatimi riceve aiuti alimentari e ha anche l’opportunità di guadagnare piccole somme realizzando abiti, borse e vassoi intrecciati. Può contare poi sull’assistenza nel centro di salute, per sé e i figli, tutti e tre. “Chi adotta bambini soli ha diritto a razioni alimentari e supporti aggiuntivi perché possa far fronte alle maggiori responsabilità” sottolinea Kalenga. “È fondamentale sia garantire aiuti materiali sia incoraggiare e affiancare la solidarietà che nasce nelle comunità”.

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