Venezia, ad Almodovar il Leone alla carriera. Lui: “Atto di giustizia”

Un Leone d'oro che arriva a 36 anni dal suo debutto internazionale proprio al Lido. "Il tempo mi ha dato ragione", dichiara il regista spagnolo
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ROMA – “Questo Leone d’oro è un atto di giustizia“, e come dargli torto. Trentasei anni dopo il suo debutto internazionale, proprio al Lido, con “L’indiscreto fascino del peccato”, e a 31 anni da “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, Pedro Almodovar torna alla Mostra del Cinema come vincitore, non di un premio relativo a una singola competizione, ma molto di più. Oggi infatti il regista spagnolo ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera.

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Il tempo mi ha dato ragione“, ha dichiarato il cineasta in conferenza stampa questa mattina al Lido. Nel 1983 “fu quasi un miracolo essere selezionati” con “L’indiscreto fascino del peccato”, ha raccontato. Quello che è diventato uno dei cineasti europei più famosi al mondo ha ricordato come la pellicola venne osteggiata dal presidente della giuria dell’epoca, “il democristiano Gian Luigi Rondi”, che lo giudicò la sua opera “oscena”. “Fortunatamente il film divenne un caso per la stampa e quindi fu impossibile per la giuria rimuoverlo”, ha proseguito. Nel 1988 torna al Lido con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi“. Questa volta il presidente della giuria è Sergio Leone, che, ha raccontato Almodovar, “lodò il mio film, in un nostro incontro durante la kermesse”, ma nonostante ciò la pellicola non vinse la competizione.

 

Da allora Almodovar ne ha fatta di strada, costellata di successi e premi internazionali come l’oscar per il Miglior film straniero nel 2000 con “Tutto su mia madre“, seguito tre anni più tardi, dalla seconda statuetta dorata di Hollywood per la Migliore sceneggiatura per “Parla con lei“.

Nato ne La Mancha spagnola, di quei luoghi Almodovar ha fatto materia per i propri film, anche inconsapevolmente, portando nelle pellicole quei colori assenti nei luoghi della sua infanzia. “L’uso che faccio del colore credo sia una reazione alla severità de La Mancha, non credo di aver mai visto il colore rosso nella mia infanzia. Il colore prevalente era il nero degli abiti delle vedove”. Riguardo ai suoi personaggi invece è Madrid, città nella quale il regista si trasferì ad appena 17 anni con il sogno di diventare un regista, con la sua frizzante vita notturna a fornire la materia prima per quel variegato caleidoscopio di personaggio che da inizio anni ’80 diventano i protagonisti delle sue pellicole.

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“Mi affascinava il cambio che stava avvenendo in Spagna, per me fonte d’ispirazione erano la strada e la notte spagnola. Era come una grande università di vita per noi che l’abbiamo vissuta. Le mie pellicole dimostrano che quella che ho vissuto era una democrazia reale- ha dichiarato Almodovar, che ha aggiunto-. Quando ho iniziato a fare film la Spagna si era appena destata da una dittatura durata 40 anni. Volevo che tutti gli orientamenti sessuali fossero i benvenuti nelle mie pellicole. Il mio potere di sceneggiatore e regista è dare libertà ai miei personaggi”. Gli stessi personaggi che, ricorda il regista, negli anni ’80 rispecchiavano la modernità della Spagna.

Alla domanda se il suo Paese lo sia ancora o meno, Almodovar risponde in maniera ambigua: “La Spagna è moderna e vuole di tutto, come un partito di estrema destra, anche se non bisogna accentuare troppi i toni. Diciamo che ora la Spagna ha tutta la gamma politica degli altri Paesi. Non so se ciò sia moderno o no, è quello che è”.

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29 Agosto 2019
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