martedì 11 Agosto 2026

Le culle restano vuote? La colpa è anche delle paure globali

I risultati di uno studio condotto su 8mila persone. Anche il clima e i conflitti condizionano le scelte

VENEZIA – Se non si fanno più figli (o se ne fanno molto pochi) non è solo per difficoltà economiche o diseguaglianze di genere. Le culle restano vuote anche per ‘colpa’ di paure globali: uno studio del dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova insieme all’Università Bocconi di Milano conferma che il peggioramento delle condizioni climatiche, l’incertezza delle prospettive economiche, l’instabilità democratica e i conflitti geopolitici incidono in modo negativo sulla decisione di avere figli. La ricerca ha preso in esame Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina, interessanti perché presentano differenti traiettorie di fecondità e combinazioni peculiari di sfide socio-politiche o ambientali. Lo studio comparativo internazionale (“Decisioni sulla genitorialità in tempi di incertezza: evidenze sperimentali su quattro paesi”), finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del progetto ‘Fer.Mo’ (Italians’ FERtility MOtivations in disorienting and uncertain time) ha coinvolto più di 8.000 individui tra i 20 e i 44 anni.

Spiega dunque Maria Letizia Tanturri, professoressa associata di Demografia, co-autrice della pubblicazione: “Abbiamo presentato agli intervistati scenari ipotetici in cui una coppia avrebbe potuto trovarsi, con diverse combinazioni di circostanze familiari e di situazioni globali, più o meno favorevoli; gli intervistati dovevano confrontare due scenari alla volta e decidere in quale dei due la coppia avrebbe deciso di fare un figlio. In questo modo abbiamo potuto studiare come gli individui, nelle scelte riproduttive, soppesino le risorse familiari, la divisione dei compiti domestici secondo il genere, i servizi di child-care, nonché diverse tipologie di incertezze macro-sistemiche”. Rispetto alla scelta di avere figli, in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina, il reddito e la stabilità abitativa “rimangono determinanti centrali delle intenzioni di fecondità, mentre la disponibilità di servizi per l’infanzia e la divisione dei compiti domestici, esercitano sì un effetto positivo, ma più contenuto. Parallelamente, la percezione della stabilità a livello macro -incluse le aspettative sulle condizioni climatiche, le prospettive economiche, il funzionamento democratico e l’assenza di conflitti internazionali- esercita un’influenza significativa e pressoché analoga sulle intenzioni di fecondità, seppure con alcune differenze tra Paesi”, evidenzia ancora Tanturri. La stabilità macroeconomica e il cambiamento climatico, per esempio, “rivestono un ruolo cruciale in Argentina, mentre negli Stati Uniti le intenzioni di fecondità risultano meno sensibili ai conflitti geopolitici; al contrario, in Germania sono condizionate maggiormente dalla paura della guerra e della crisi delle istituzioni democratiche, mentre in Italia, non c’è un motivo di preoccupazione che prevale fortemente sugli altri”.

Questo tipo di ‘sguardo’ è servito per andare oltre le teorie classiche sulle cause della denatalità. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista multidisciplinare statunitense Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) e in sostanza indica che per spiegare l’attuale calo della fecondità si deve andare oltre le motivazioni centrate solo sulle caratteristiche del nucleo familiare e sulle politiche di assistenza all’infanzia (comunque rilevanti), riconoscendo che gli individui prendono decisioni familiari all’interno di un contesto più ampio, caratterizzato da determinati rischi sociali. I risultati, si spiega ancora dall’Università di Padova, “dimostrano che la decisione di avere figli non è ponderata dai giovani intervistati in base alle sole proprie circostanze immediate, ma anche in funzione delle aspettative riguardo al futuro della società nel suo complesso: individui preoccupati per le sorti del loro Paese potrebbero decidere di non fare figli, e questo pesa in una situazione globale caratterizzata da una pluralità di shock”. Ciò evidenzia, dunque, “l’importanza di includere le condizioni di stabilità macro-sistemica (e le aspettative dei cittadini a riguardo) nei modelli esplicativi dell’attuale calo della fecondità. Analogamente, le misure di policy a sostegno della fecondità oltre a indirizzarsi alle politiche familiari dovrebbero tenere conto anche di quanto i cittadini siano esposti ai rischi globali, di come li percepiscano e di quanto possano essere influenzati da essi nelle scelte riproduttive”.

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