ROMA – Guerre in Ucraina e Medio Oriente, tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, debiti pubblici ai massimi storici, instabilità geopolitica e crescente frammentazione dell’economia mondiale. “Se ci fermassimo ai titoli dei giornali, ci aspetteremmo mercati finanziari in costante difficoltà. Eppure, Wall Street continua a muoversi vicino ai massimi storici, numerose Borse europee hanno recuperato rapidamente le fasi di volatilità e persino il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi rimane lontano dalle tensioni che hanno caratterizzato altre stagioni della nostra storia economica. Come si spiega questo apparente paradosso?“. La risposta nell’analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nell’ultimo appuntamento prima della pausa estiva della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco.
LA RESILIENZA DEI MERCATI
“Negli ultimi mesi- scrive- anche il Financial Times si è interrogato sulla sorprendente resilienza dei mercati di fronte all’accumularsi delle crisi geopolitiche, osservando come gli investitori sembrino ormai concentrarsi soprattutto sulle prospettive di crescita degli utili aziendali più che sulle tensioni internazionali. Anche The Economist ha più volte evidenziato come i mercati continuino a scommettere sulla forza dell’innovazione tecnologica e sulla capacità delle imprese di adattarsi a uno scenario globale sempre più complesso. In fondo è sempre stato così. Le Borse non fotografano il presente, ma cercano di anticipare il futuro. Gli investitori acquistano oggi sulla base degli utili che le imprese realizzeranno nei prossimi anni, non delle difficoltà del momento. Se ritengono che tra cinque anni l’economia mondiale sarà più produttiva e le aziende saranno in grado di generare maggior valore, sono disposti a convivere anche con una fase di forte instabilità geopolitica”.
I FATTORI CHE SOSTENGONO LA FIDUCIA
“A sostenere questa fiducia contribuiscono diversi fattori– continua Livolsi- Da un lato, le aspettative che le principali banche centrali possano proseguire, nei prossimi mesi, un graduale percorso di riduzione dei tassi d’interesse, favorendo investimenti e credito. Dall’altro, la convinzione che la nuova ondata di investimenti in intelligenza artificiale, data center, infrastrutture energetiche, difesa e semiconduttori possa rappresentare una nuova fase di crescita della produttività mondiale, paragonabile, per certi aspetti, a quella generata dalla diffusione di Internet. Anche l’Italia presenta elementi che i mercati sembrano valutare con maggiore favore rispetto a quanto emerga spesso nel dibattito pubblico. Il sistema bancario appare oggi molto più solido rispetto a un decennio fa; numerose grandi imprese continuano a ottenere risultati significativi sui mercati internazionali; il turismo vive una fase particolarmente favorevole e, nonostante il rallentamento del commercio mondiale, il nostro export continua a dimostrare una notevole capacità di tenuta. Naturalmente questo non significa che i problemi strutturali del Paese siano stati risolti. La crescita economica resta modesta, la produttività continua ad aumentare troppo lentamente, il debito pubblico limita gli spazi di manovra e il declino demografico rappresenta una delle principali sfide dei prossimi decenni”.
IL RUOLO DELLA POLITICA
“Su questi temi la politica dovrebbe interrogarsi e lavorare. Se i mercati possono sbagliare, come è accaduto molte volte nella storia, possiedono però una caratteristica che la politica farebbe bene a osservare con attenzione: tendono a guardare oltre il ciclo elettorale e oltre la cronaca quotidiana. Valutano soprattutto la capacità di un Paese di investire, innovare e aumentare la propria produttività. La crescita dell’Italia dipenderà dalla capacità di attrarre capitali, sviluppare tecnologie, costruire infrastrutture moderne, rafforzare il capitale umano e trasformare il grande risparmio privato italiano in investimenti produttivi” conclude.



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