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Montano strepitoso a Tokyo, lo psicologo: “Lo spirito di gruppo fa dare il meglio”

aldo montano foto da facebook(1)
Lucidi (Sapienza): "Mantenere adeguati livelli di tensione evita il crollo emotivo"
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ROMA – Che tu sia riserva o titolare, quando senti di essere nel posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste, allora quello è l’attimo in cui puoi dare il meglio di te. Le Olimpiadi di Tokyo 2020 lo dimostrano. È il caso di Aldo Montano nella sciabola a squadre, ma se vogliamo anche di Marco Di Costanzo nel canottaggio. Questione di preparazione, certo, di esperienza, ma anche di psicologia.

“Il grande lavoro che deve fare e fa l’allenatore, insieme ai professionisti dello sport e agli psicologi, è quello di ‘costruire il gruppo’, ossia fare in modo che tutte le persone che ne fanno parte pensino di non voler essere insieme a nessun altro, se non con quelle persone, per poter dare il meglio di se stessi”, spiega Fabio Lucidi, psicologo e preside della facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma. È la dimensione della squadra: “la possibilità che tutti riescano a innescare quella specie di magia che noi psicologi chiamiamo ‘flow’, il cosiddetto flusso– sottolinea Lucidi- ossia quel momento in cui la prestazione emerge in maniera spontanea, nessuno pensa più alle conseguenze di quello che sta facendo ma soltanto allo straordinario piacere di riuscire a erogare il meglio di sé in quel momento lì”.

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Le Olimpiadi non sono certo un palco facile. “Per dare il meglio di se stessi gli atleti devono entrare in una zona che gli psicologi dello sport chiamano di ‘funzionamento ottimale’– spiega Lucidi- è una zona che fa riferimento ai livelli di attivazione, alla quantità di adrenalina, alla tensione, al tipo di emozioni che si vivono e che non possono essere né particolarmente basse né troppo alte, per cui la relazione diventa curvilinea: la prestazione sale al salire di questa ansia ‘positiva’. Ma fino a un certo punto, perché quando si supera un determinato livello si verifica il fenomeno del ‘choking’, una specie di catastrofe emotiva per cui l’atleta crolla”. Nel caso delle riserve si tratta di atleti che ad un certo punto “entrano in una dimensione inattesa e quindi hanno avuto modo di nutrirsi delle proprie emozioni senza arrivare a rischiare il choking, anche se- precisa lo psicologo- non è detto che chi si è preparato per 4 anni come titolare rischi necessariamente il choking. Questi atleti, infatti, sono persone preparate, che hanno studiato tutta la vita anche per gestire quel livello di emozioni”. Importante dunque il ruolo degli psicologi dello sport che “sono chiamati proprio a cercare di portare e mantenere l’atleta nella sua zona di funzionamento ottimale, quindi di evitare che venga fuori una tensione eccessiva che vada talmente tanto oltre quella zona da poter determinare choking”, conclude Lucidi.

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