ROMA – Il caldo non uccide un tennista in un colpo solo. Lo smonta pezzo per pezzo, in un ordine preciso, e quasi sempre il gambe cedono prima della testa, anche se la testa sta già cedendo da un po’, solo che nessuno se n’è accorto. Ecco cosa è successo a Sinner, al Roland Garros. Lo spiega con un pezzo sul Times Simon Brundish, uno dei più importanti scienziati dello sport britannici.
Il tennis è tra gli sport più crudeli in termini di stress termico – spiega – per una combinazione di fattori che si sommano anziché semplicemente coesistere: scatti e frenate ripetute, pressione emotiva, esposizione diretta al sole, durate che possono superare le tre ore. Il corpo è costretto a produrre movimenti esplosivi mentre tenta simultaneamente di raffreddarsi. Il sudore è il meccanismo di compensazione, ma ha un costo: ogni litro perso corrisponde a massa corporea che scompare, e la disidratazione si misura esattamente in quei termini, come percentuale del peso.
Già all’uno per cento di disidratazione l’esercizio comincia a sembrare più faticoso di quello che è. La frequenza cardiaca sale, la percezione dello sforzo cresce in modo sproporzionato rispetto all’intensità reale. Al due o tre per cento la macchina inizia a perdere colpi misurabili: sprint ripetuti, coordinazione, tempi di reazione, potenza. I giocatori parlano di gambe pesanti, di una nebbia cognitiva sottile. Oltre questa soglia si entra nel territorio del colpo di calore vero e proprio, con vertigini, nausea, possibilità di collasso.
Nel tennis la cosa interessante è che il deterioramento si legge prima sul movimento che sulla condizione generale. Il piede non si adatta più alla palla in modo pulito. Il recupero tra un punto e l’altro rallenta impercettibilmente, poi percettibilmente. Il punto di contatto si sposta: il giocatore sente di colpire più tardi nello swing di quanto si aspettasse, come se la palla arrivasse con mezzo passo di anticipo rispetto alle sue previsioni. Le scelte diventano più disordinate. I tifosi interpretano tutto questo come stanchezza, come errori tattici, come fragilità caratteriale. Spesso è semplicemente un sistema nervoso in sovraccarico termico. Il calore agisce sul cervello con la stessa efficienza con cui agisce sui muscoli.
I crampi appartengono alla stessa famiglia di fenomeni, anche se la spiegazione popolare – perdita di elettroliti, sodio in testa – è vera solo in parte. I crampi sono quasi sempre multifattoriali: stress termico, disidratazione, esaurimento del glicogeno, affaticamento neuromuscolare interagiscono tra loro in modi che variano da atleta ad atleta. Non manca un singolo elemento; collassa il sistema nel suo insieme.
La gestione pratica è una scienza applicata. Sopra i 32 gradi si raccomanda un’idratazione giornaliera totale di 70-90 ml per chilo di peso corporeo; in partita, tra un litro e un litro e due all’ora, con un’integrazione di sodio che nei casi estremi può arrivare a 1.500 mg orari. Le due bottiglie in panchina – acqua da una parte, soluzione elettrolitica dall’altra – non sono un vezzo ma una necessità fisiologica. Agli asciugamani ghiacciati e alle bevande fredde si è aggiunto il pre-raffreddamento, pratica sempre più comune: gilet refrigeranti, immersioni in acqua fredda prima del riscaldamento, tutto per presentarsi in campo con una temperatura corporea di partenza più bassa, guadagnando margine fisiologico prima che il surriscaldamento diventi un problema reale. L’unico rischio è presentarsi con i muscoli troppo freddi, è un equilibrio delicato.
La strategia più efficace rimane l’acclimatazione: sette-quattordici giorni di esposizione progressiva al caldo modificano in modo misurabile la fisiologia dell’atleta. Il corpo impara a sudare prima, a termoregolare meglio, a gestire lo stesso carico di lavoro con meno fatica cardiovascolare. È un meccanismo simile all’allenamento in altura per i fondisti. Il problema, nel tennis, è il calendario. I giocatori si spostano ogni settimana, le superfici cambiano, le condizioni meteorologiche sono imprevedibili. Acclimatarsi per il caldo estremo quando si viaggia tra fusi orari e microclimi diversi ogni pochi giorni è un esercizio di ottimizzazione con vincoli quasi impossibili.
Alcuni centri d’allenamento hanno risolto il problema alla radice, ricreando condizioni di caldo e altitudine in ambienti controllati. Per il resto, si lavora sui margini: adattare gli orari di allenamento nelle ore più calde, affinare le strategie di recupero, personalizzare i piani di idratazione sulla fisiologia specifica del singolo atleta. Sinner ora ha il tempo di acclimatarsi all’imprevedibilità londinese di Wimbledon.




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