VIDEO | Conservare senza inquinare grazie alla bioplastica di seta: “L’imballaggio di domani”

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Il ricercatore del Mit Marelli alla Dire: "Trasparente e commestibile, rifiuti addio"
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ROMA – È possibile conservare frutta, verdura, carne o pesce con una bioplastica trasparente, inodore, insapore e commestibile con costi, tempi e risorse contenute? A quanto pare sì, e l’alternativa alle vaschette di plastica, ai sacchetti monouso e alle pellicole di cellophane arriva dai bachi da seta. A sviluppare e brevettare la nuova tecnologia – che non ha nulla a che fare con l’uso tessile della fibra setosa, come si potrebbe pensare – è Benedetto Marelli, professore associato del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove dirige un gruppo di ricerca dedicato allo sviluppo di biomateriali impiegabili in agricoltura. Occasione dell’intervista con l’agenzia Dire è l’incontro online ‘La cultura del cibo in un sistema alimentare sostenibile‘, organizzato oggi dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dal ministero delle Politiche Agricole, alimentari e forestali, nell’ambito del ‘Dialogo nazionale in preparazione del Vertice sui sistemi alimentari’ delle Nazioni Unite di settembre.


Marelli, laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria biomedica e dal 2015 – all’età di 32 anni – a capo del laboratorio al Mit, spiega che la pellicola ricavata dalla fibra della seta “spessa un decimo del capello”, avvolgendo gli alimenti “permette di conservare molto più a lungo prodotti come fragole, avocado, verdure a foglia verde, carne, pesce, rispetto ai metodi che normalmente impieghiamo e che richiedono un gran dispendio di plastica ma anche di energia. Penso ai sistemi di rifregirazione durante il trasporto o nel punto vendita”. Diminuisce inoltre l’uso di plastica e imballaggi, “riducendo il problema dello smaltimento dei rifiuti”.

Una innovazione tecnologica sostenibile e relativamente economica che, assicura il ricercatore, “contiamo di portare sul mercato entro il 2021”. La bioplastica così sviluppata, garantisce ancora Marelli, è facile da produrre e utilizzare, e affonda le radici nella ricerca compiuta negli ultimi 15 anni in campo medico e ottico nel laboratorio di Fiorenzo Omenetto alla Tufts University, sempre negli Stati Uniti.

“Bisogna aspettare i 28 giorni con cui il baco naturalmente si sviluppa e produce la fibra, che è composta di una proteina. Una volta ottenuta, la sottoponiamo a un processo detto ‘di rigenerazione’ con cui viene sciolta in acqua, finché non si forma un liquido viscoso. Dopodiché l’applicazione è semplicissima: basta immergere l’alimento e lasciarlo poi asciugare. La membrana che si forma potenzia il rivestimento naturale del prodotto riducendo la dispersione dell’acqua ed evitando che agenti esterni come ossigeno, batteri e funghi lo danneggino”.

Il risultato ha potenzialità rivoluzionarie: “La pellicola avvolge il cibo senza lasciare tracce visibili e non altera sapori o odori. E si può mangiare”, come ha certificato anche la Food and Drug Administration, l’autorità garante della sicurezza di farmaci e alimenti negli Stati Uniti, lo scorso anno.

In un mondo minacciato dai cambiamenti climatici, dalle plastiche che invadono i mari e dagli sprechi alimentari, questa tecnologia testimonia quanto sia importante creare sinergie tra il mondo della ricerca e l’agroalimentare. E qualunque Paese – anche i meno avanzati – possono impiegarla, come sottolinea Marelli: “È sufficiente modificare le caratteristiche strutturali della seta rigenerataper adattarle a seconda dell’ambiente in cui viene impiegata, che si tratti di territori con un clima umido rispetto a quelli aridi”.
Inoltre si tratta al 100% “di un prodotto dell’agricoltura- continua l’ingegnerie biomedico- si parte dalle foglie dei gelsi di cui il baco si nutre, e con cui produce questo materiale fantastico. In pratica servono ossigeno, azoto e CO2”.

A sostenibilità, costi contenuti e velocità di impiego si aggiungerebbe un altro vantaggio. “Questa tecnologia crea posti di lavoro- dice il docente del Mit- perché mette in sinergia professionalità diverse: io sono un ingegnere biomedico, ci sono poi agronomi, biologi e così via”.

Non ultimo, combinare la ricerca a cibo e agricoltura attira investimenti: “Il progetto è stato finanziato dalla US Navy e si concretizza in una startup che ha ottenuto più di 38 milioni di dollari”, sottolinea Marelli, evidenziando che proprio l’alta concentrazione di ricercatori da tutto il mondo e la gran quantità di finanziamenti rendono il Nord America un ambiente unico per sviluppare nuove tecnologie.

Ma il docente del Mit precisa: “Non voglio dire che la ricerca in Canada e negli Stati Uniti sia migliore di quella che viene portata avanti in Italia. Anzi, quest’ultima è più efficiente, perché con poche risorse sviluppa progetti altamente competitivi. Il livello di preparazione che il sistema educativo italiano assicura ai giovani poi è di altissima qualità e gli studenti che accolgo a Boston dal Politecnico di Milano lo dimostrano”.

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