G20, Sereni: “Insieme alla Cina riconvertiamo i debiti africani”

Marina Sereni
Un’intervista a 360 gradi con la viceministra Marina Sereni: "Stiamo lavorando a un documento di principi e valori condivisi che facciano riferimento alla pandemia"
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ROMA – Una “cornice comune”, che tiene insieme tutto il G20, Cina compresa, per alleggerire il fardello del debito che grava sui Paesi più impoveriti. Cominciando con un esercizio che riguarderà Ciad ed Etiopia. È il nuovo metodo per affrontare il tema della riconversione del debito condiviso dai ministri delle Finanze dei Paesi del G20.

In un’intervista con l’agenzia Dire a 360 gradi, ne parla Marina Sereni. Già responsabile Esteri del Partito democratico e vicepresidente della Camera, è stata viceministra degli Affari esteri e della cooperazione internazionale nell’ultimo governo di Giuseppe Conte ed è stata confermata in quello presieduto da Mario Draghi. Con la Dire, anticipa l’agenda del World Health Summit e i contenuti di Finance in Common, un vertice delle banche di sviluppo in programma in autunno. Tra i temi del colloquio ci sono poi la sostenibilità dei sistemi alimentari, con la partecipazione di Sereni proprio oggi a “un dialogo nazionale” in vista del pre-vertice di Roma.

Infine il Sahel e il Ciad, un Paese strategico per l’Italia, che ha in programma di aprirvi un’ambasciata: con la morte del presidente Idriss Deby Itno il potere è stato assunto da un Consiglio militare; nel nord continuano gli scontri armati, mentre a N’Djamena sono segnalate proteste di piazza, con disordini e vittime.

Viceministra, cominciamo dal G20. Agenda alla mano il prossimo appuntamento è il World Health Summit, il 21 maggio a Roma. Oggi a livello mondiale ci sono forti squilibri nella copertura vaccinale e nelle capacità di fronteggiare il Covid-19. Cosa renderebbe il vertice un successo?

‘Premetto che il Global Health Summit è un’iniziativa della quale l’Italia è co-presidente insieme con la Commissione Ue. L’idea sulla quale si sta lavorando è un documento di principi e valori condivisi che facciano riferimento alla pandemia attuale ma guardino soprattutto al futuro. Parliamo di ‘One Health Approach’, un approccio differente e nuovo anche per le politiche sanitarie, che consideri insieme la salute umana, la salute animale e la salute del pianeta. La pandemia di Covid-19 è stata una dura lezione. Ci ha costretto a prendere atto che la salute è un bene globale e che la salute delle persone, degli animali e dell’ambiente naturale sono interconnesse. Poi certo bisogna agire subito, nell’immediato. Ne discuteremo, al tavolo del G20: dobbiamo cominciare a essere solidali. Ho appena firmato una lettera indirizzata al capo del Dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, per essere presenti con una solidarietà immediata nei confronti dell’India. Attraverso il sistema della Protezione civile manderemo respiratori e altri macchinari insieme a una equipe per il loro utilizzo. Non possiamo lasciare questo grande Paese a combattere la battaglia da solo. Dobbiamo ribadire che non si può essere sani in un mondo malato. Stiamo combattendo con le varianti e gli scienziati ci dicono che finché non avremo sconfitto la pandemia ovunque nessuno potrà dichiararsi sicuro.

Sui vaccini vincono gli egoismi nazionali, la geopolitica o la solidarietà?

‘Le rispondo così: l’anno scorso, oltre a confermare il tradizionale contributo all’Organizzazione mondiale della sanità, abbiamo aderito a tutti gli strumenti multilaterali, dall’alleanza Gavi alla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations e alla Covax Facility. Pensiamo che nuove risorse vadano investite in particolare nella Covax Facility, per la distribuzione dei vaccini, e nella Cepi, per la ricerca di nuovi strumenti, che siano cure o nuovi farmaci. La grande frontiera dell’umanità è questa. Se il multilateralismo è efficace, ci salva. L’Italia ci ha sempre creduto. Oggi, di fronte alla pandemia, il multilateralismo deve dimostrare di funzionare e di dare risposte anche preparandoci a nuove emergenze: gli scienziati sottolineano che questa potrebbe non essere l’ultima pandemia.

Di recente, lei ha rinnovato l’impegno per una cooperazione che permetta una ripresa “resiliente, inclusiva e sostenibile”. L’Italia promuove iniziative specifiche rispetto al debito contratto dai Paesi più svantaggiati?

‘La sospensione dei pagamenti del servizio del debito è stata prorogata fino a dicembre di quest’anno con una decisione assunta nel corso della presidenza italiana. La maggior parte dei membri del G20 sta però già ragionando su altre iniziative, a cominciare dalla G20 Common Framework for Debt Treatments per rinegoziare o anche riconvertire i debiti. Bisogna ricordare che del Club di Parigi non fanno parte creditori importanti, come la Cina. Definire una ‘common framework’ vuol dire costruire un atteggiamento condiviso anche con Pechino. E oggi dico che possiamo contare sull’adesione cinese: la ‘common framework’ avrà la sua prima applicazione nei confronti di Ciad e l’Etiopia, due Paesi poveri e indebitati. Stiamo compiendo un salto, creando una metodologia nuova, condivisa da tutti. Un’altra direttrice di intervento riguarda poi gli ‘special drawing rights’, i diritti speciali di prelievo: la prospettiva, con il Fondo monetario internazionale, è canalizzare risorse verso i Paesi poveri col fine di ridurre la povertà e favorire lo sviluppo. C’è un dibattito in corso e come presidenza italiana dobbiamo accompagnarlo affinché abbia un impatto positivo, anche collegando la cancellazione del debito al raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030′.

Tempi e momenti di questo dibattito?

‘In autunno, in una data ancora non definita, l’Italia ospiterà ‘Finance in Common’, un summit al quale parteciperanno tutte le principali banche regionali e multilaterali di sviluppo. L’iniziativa sarà coordinata da Cassa depositi e prestiti e sarà l’occasione per un grande confronto. Ci aspettiamo oltre 300 istituzioni partecipanti. Ragioneremo su come orientare il lavoro delle banche di sviluppo verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile’.

Ha citato il Ciad, un Paese del quale si parlato molto negli ultimi giorni, dopo la morte di Idriss Deby Itno, al potere per oltre 30 anni. Alcuni mesi fa, l’Italia ha annunciato l’apertura di un’ambasciata. Gli scontri tra esercito e ribelli al nord e il passaggio del potere a un Consiglio militare, con manifestazioni di protesta e morti a N’Djamena, hanno cambiato le prospettive? Ci sono timori specifici?

‘Il Ciad è il secondo Paese del Sahel dopo il Mali dove il governo cambia a seguito di un’azione militare. C’è preoccupazione, sì: parliamo di una regione dove i temi della sicurezza e del terrorismo sono decisivi. Il Consiglio militare è presieduto da Mahamat Deby, il figlio di Idriss, e dobbiamo aspettarci qualche continuità. Sappiamo però che l’esercito sta ancora combattendo con i ribelli ed è chiaro che ci sono nuovi elementi di incertezza e instabilità. Il Sahel per l’Italia è una priorità e in questi anni il Ciad è stato strategico per la lotta militare contro il terrorismo, anche per la sua posizione geografica ai confini con numerosi teatri di crisi, dalla Libia alla Repubblica centrafricana. Il governo di Idriss Deby si era impegnato sia con il dispiegamento di truppe nella zona dei tre confini tra Mali, Niger e Burkina Faso sia nella task force multinazionale contro Boko Haram. Ora è difficile prevedere se la crisi interna del Ciad potrà comportare il ritiro dei militari da questi due teatri. Attraverso la mediazione di Emmanuel Macron e dei capi di Stato del cosiddetto G5, i presidenti di Niger e Mauritania sono stati incaricati di tentare una mediazione tra i ribelli e il Consiglio militare. Bisogna vedere se si riesce a raggiungere un cessate il fuoco e ad avviare una transizione per il ripristino della normalità costituzionale. L’Italia continuerà a seguire gli sviluppi con attenzione dal Camerun, ma mantiene l’impegno ad aprire la sua ambasciata a N’Djamena. Nell’immediato, la priorità è il mantenimento della stabilità e della sicurezza del Sahel: bisogna impedire che proliferino terrorismo, traffici illegali e tratta di migranti. In prospettiva, con i partner Ue, possiamo sostenere il governo provvisorio del Ciad a condizione che si impegni a ripristinare rapidamente la normalità costituzionale’.


Torniamo a Roma. Dal 19 al 21 luglio si terrà un pre-vertice che guarda al Food Systems Summit dell’Assemblea generale dell’Onu. Proprio oggi lei interviene a ‘un dialogo nazionale’ su cultura del cibo e sostenibilità. Qual è la ricetta italiana e soprattutto quale l’impegno politico? Cosa significano, nel concreto, lotta allo spreco e valorizzazione dei territori?

‘L’appuntamento di oggi è parte di una discussione ampia e partecipata con tutti gli attori del sistema del food, dell’agroalimentare e dell’alimentazione, che è molto ricco e complesso. Vogliamo la partecipazione dell’accademia, delle imprese e della società civile, che in questi anni è stata molto attiva. In primo piano ci sono diete tradizionali, prodotti locali e legame con il territorio. Siamo nell’epoca della globalizzazione, ma il modo in cui si mangia e si produce non è riconducibile a un unico modello. In Italia pensiamo di avere le risorse, le pratiche e le esperienze per tenere insieme la sostenibilità a livello locale e globale. Bisogna governare i sistemi alimentari per far sì che tutti abbiano cibo, nella consapevolezza però che non esiste un modello ‘One Size Fits All’, che possiamo imporre dappertutto. Al contrario: è possibile tenere culture e colture tradizionali del cibo insieme con la dimensione globale. L’Italia ha l’ambizione di portare buone pratiche. Penso alla dieta mediterranea, garanzia di salute, buona tavola e sostenibilità, e poi alla lotta contro lo spreco e il cibo perduto: su questo c’è una spinta fortissima. Un fattore importante sarà la Food Coalition, una piattaforma che abbiamo proposto come Italia e che la Fao ha accolto. Vi possono partecipare non solo gli Stati ma anche le imprese, la società civile e le università’.

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