I libri del mese scelti dalla Dire

A febbraio abbiamo letto Marija Stepanova, Chimamanda Ngozi Adichie, Gennaro Serio, Brenda Navarro e Giuseppe Bascietto
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Marija Stepanova – Memoria della memoria (Bompiani)

Da diversi anni, a livello globale, il recupero della memoria, il bisogno di trovare connessioni con il passato per rimarginare ferite, la necessità di raccontare storie familiari e dare voce a chi non c’è più, è saldamente in mano alle scrittrici. Basti pensare ai libri di Annie Ernaux, Siri Hustvedt, Natasha Wodin, Katja Petrowskaja, Olga Tokarczuck. A queste si aggiunge oggi Marija Stepanova, che con Memoria della memoria, come ha scritto il periodico russo Novaja Gazeta, “ha trasformato i morti nei suoi coautori. Il risultato è un libro sconosciuto finora in Russia”. Avvincente come un romanzo ma colmo di riflessioni come un saggio, il libro della Stepanova è uno scrigno di tesori preziosi: ci sono lettere, fotografie, storie familiari, resoconti di viaggi in luoghi cari all’autrice, rimandi a scrittori (Gogol, Dostoevskij, Tolstoj, Puskin, Mandel’stam, Cvetaeva, Sebald, Benjamin), riflessioni su figure particolari come Charlotte Salomon, Francesca Woodman, e la bisnonna Sarra Ginzburg, oltre a un’infinità di oggetti pronti a trasformarsi in memoria. In un’intervista Stepanova ha detto: “Il mio libro – che a volte sembra una scatola, una bacheca, la vecchia vetrina di un museo – è costruito come uno spazio-tempo, una istallazione dove da una stanza all’altra, si può passare seguendo la successione che si preferisce. Per me, marca più semplicemente un luogo dove vivere”. Stepanova definisce tre tipi di memoria: quella malinconica, inconsolabile, di ciò che abbiamo perso; quella satolla di ciò che abbiamo ricevuto; quella che alleva i fantasmi di ciò che non è stato. A ognuno la sua.

 

Chimamanda Ngozi Adichie – Il pericolo di un’unica storia (Einaudi)

In tempi di fake news, credenze e stereotipi, Einaudi pubblica la prima celebre conferenza TED del 2009 di Chiamamanda Ngozi Adichie (la seconda fu ‘Dovremmo essere tutti femministi’), un testo perfetto per i nostri tempi. La scrittrice racconta in modo magistrale qual è il rischio che corriamo ogni volta che semplifichiamo, vedendo la realtà da un unico punto di vista. Per esempio, parlando dell’Africa e dell’unica storia che la letteratura occidentale ha raccontato su quel continente, “un luogo di negatività, di differenze, di tenebre”, Chimamanda ci fa capire quanto questo “porta a sottrarre alle persone la propria dignità, rendendo difficile il riconoscimento della pari umanità”. Per questo motivo “è impossibile parlare di un’unica storia senza parlare di potere. Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di farla diventare la storia definitiva di quella persona”. Raccontare un’unica storia porta a un appiattimento culturale, a una visione identitaria che cancella culture e punti di vista alternativi. Mentre quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, “conquistiamo una sorta di paradiso”. Un libricino prezioso, da leggere e regalare.


Gennaro Serio – Notturno di Gibilterra (L’Orma)

Chissà cosa avrebbe detto Georges Perec di questo “coraggioso esperimento metaletterario condotto nel testo con lingua poliedrica”, come lo definisce la giuria del Premio Italo Calvino, che ha assegnato a Gennaro Serio il più importante riconoscimento italiano riservato agli inediti di scrittori esordienti. In effetti bastano poche righe per sprofondare dentro la rete costruita ad arte da Serio, che compie un’operazione di stravolgimento – o sabotaggio – del genere più letto in Italia: il giallo. Dopo un’epigrafe-record (nove pagine), la storia si apre con la scena di un omicidio. Lo scrittore Enrique Vila-Matas ha assassinato un giornalista venuto a Barcellona per intervistarlo. Siamo nella sala da tè adiacente alla hall del Grand Hotel Rodoreda. E’ da qui che parte l’indagine di un investigatore che si sottrae alla decisione di doversi presentare, basti sapere che non è Pepe Carvalho, non è Poirot, non è Maigret, non è un detective di libri, non veste con cappelli o impermeabili da pagliaccio, non fuma pipe o sigari e non è gay. Ad aiutarlo c’è la sorella Soledad, medico legale e coltissima lettrice, che però anche lei sembra essere coinvolta nella vicenda. L’indagine porterà il nostro atipico investigatore dai canali delle Fiandre al Baltico, dall’Accademia di Svezia alla Patagonia, fino a Gibilterra. Di più non si può dire: il lettore sappia che mentre si metterà sulle tracce dell’assassino, incontrerà citazioni e omaggi sparsi qua e là che gli faranno sottolineare il testo, forse prendere appunti, certamente eleveranno il piacere di lettura.


Brenda Navarro – Case vuote (Giulio Perrone editore)

La maternità continua ad essere uno dei temi più affrontati nella narrativa dei nostri tempi. Dopo il “caso” letterario dello scorso anno rappresentato da Maternità di Sheila Heiti sul non avere figli, ecco Case vuote della messicana Brenda Navarro: un romanzo originale, scomodo, da cui si fa fatica a staccarsene. Da una parte c’è una donna che non vuole essere madre ma lo diventa, dall’altra ce n’è una che vuole un figlio a tutti i costi, e ne ruba uno. Navarro modula in modo magistrale il ritmo delle due narrazioni, che procedono alternate, scandite in frammenti o in discese vertiginose. Le riflessioni disseminate qua e là impongono una lettura attenta, e per questo più profonda. I capitoli sono preceduti da frammenti di poesie di Wislawa Szymborska. Magistrale la copertina del libro, rossa con al centro un abito bianco sporco di sangue, appeso a una gruccia. Frase del libro: “Perché piangiamo quando nasciamo? Perché non saremmo mai dovuti venire al mondo”.


Giuseppe Bascietto – Stidda (Aliberti)

L’unica strada per riscattarsi dalla mafia è parlare e denunciare, urlare nomi e cognomi. Solo così si può cancellare quella zona grigia in cui la criminalità si insinua e prolifera. Per farlo, però, serve coraggio. Lo stesso che ha avuto Giuseppe Bascietto quando ha acconsentito, nell’estate del 2009, a incontrare faccia a faccia Claudio Carbonaro, capoclan di Vittoria, lo stesso che nel 1988 insieme ai suoi fratelli lo aveva condannato a morte. Bascietto, all’epoca giovane cronista della provincia siciliana, aveva collegato i fratelli Carbonaro a diversi omicidi e soprattutto alla strage di Gela ai danni del clan Rinzivillo-Madonia. E lo andava denunciando ai quattro venti. Un oltraggio che avrebbe pagato con la vita se non fosse scampato a due agguati e se non fosse rimasto lontano dalla sua Vittoria fino a quando iniziarono gli arresti, nel 1993. Sedici anni dopo il capoclan è tornato a cercare il giornalista, per raccontargli la sua storia e quella di alcuni bambini che furono addestrati per uccidere senza pietà: “È la storia di una mafia nuova, la ‘Stidda’, la stella, che dichiara guerra a quella più vecchia, Cosa nostra, riuscendo almeno in un primo momento a metterla in difficoltà. Abbiamo addestrato bambini a maneggiare coltelli, pistole, fucili e mitra” facendoli diventare “killer professionisti, abili e spietati”. Il volume è la cronaca di un lungo percorso di sangue, iniziato nel 1979 e terminato nel 1992, segnato da circa duemila morti ammazzati e da una crudeltà spietata che toglie il fiato. (Emanuele Nuccitelli)

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29 Febbraio 2020
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