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Sudafrica, il presidente Ramaphosa: “Tutu invincibile contro l’apartheid”

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Indetta una settimana di lutto nazionale per la morte dell'arcivescovo premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta alla segregazione razziale
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ROMA – “Un uomo di straordinaria intelligenza e integrità, invicibile contro le forze alla base dell’apartheid”. Con queste parole il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha salutato per l’ultima volta l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace e simbolo della lotta alla segregazione razziale che si è spento domenica all’età di 90 anni.


Per celebrarne l’impegno e la memoria, le autorità sudafricane hanno indetto una settimana di lutto nazionale con diversi eventi, a partire dalla camera ardente allestita presso la sede del municipio di Cape Town, dove le spoglie dell’arcivescovo anglicano resteranno esposte per due giorni.


Ogni giorno poi, a mezzogiorno, le campane della cattedrale di St. George suoneranno per dieci minuti in sua memoria, mentre drappi color porpora saranno eretti in varie chiese ed edifici in tutto il Paese. Presso la cattedrale di Cape Town si svolgeranno infine i funerali, fissati per sabato 1 gennaio, e sarà sempre qui che le sue ceneri saranno sepolte.


Come mostrano le immagini rilanciate da vari media, un lato della cattedrale già accoglie foto dell’arcivescovo Tutu, dove decine di persone hanno lasciato fiori e biglietti. Una di loro, la 67enne Miriam Mokwadi, al quotidiano britannico Guardian ha dichiarato: “Desmond Tutu per noi è stato un eroe, ha combattuto per noi”.


Graça Machel, vedova di Nelson Mandela, il presidente che con Tutu e molti altri traghettò il Sudafrica fuori dall’apartheid, in un’intervista alla testata locale Times Live ha dichiarato: “Piango la scomparsa di un fratello”. Arch, questo il diminutivo dell’arcivescovo, “è stato un fedele amico e un consigliere spirituale per me. Era l’ultimo esponente di una straordinaria generazione di leader che l’Africa ha dato alla luce e ha donato al mondo”.


Il legame tra il leader anti-apartheid Nelson Mandela e l’arcivescovo anglicano fu forte e durò per tutta la loro vita. All’indomani dell’elezione di Mandela primo capo dello Stato di colore del Paese, nel 1995, Tutu definì il Sudafrica “una nazione arcobaleno“. Dopo qualche mese Mandela lo nominò a capo della Commissione per la verità e la riconciliazione, incaricata di fare giustizia per le violenze subite dalle vittime del regime segregazionista. La Commissione ricevette oltre 22mila testimonianze, rese anche nel corso di numerose udienze pubbliche, in cui alla fine si stabilì che durante l’apartheid furono commesse torture, uccisioni, sparizioni forzate e sequestri.


A fine anni novanta, l’arcivescovo iniziò a spendersi anche per la causa delle persone Lgbt, divenendo una delle voci più forti della Chiesa anglicana contro questo tipo di discriminazione. Si dedicò anche alla lotta contro l’epidemia di Hiv/Aids nel continente africano, arrivando a dichiarare: “L’apartheid ha cercato di distruggere la nostra gente, ma ha fallito. Se non agiamo subito contro l’Hiv/Aids, il virus potrebbe farcela perché sta già decimando la nostra popolazione”.


Il leader religioso ha annunciato il ritiro dalla vita pubblica nel 2010, ma non ha smesso di condividere le sue posizioni sui temi sociali più caldi. Nel 2014, stando ancora alla stampa locale, si è espresso a sostegno dell’eutanasia, mentre l’anno seguente ha benedetto il matrimonio della figlia Mpho Tutu con una donna di origini olandesi, andando contro il precetto della Chiesa anglicana contro le unioni tra persone dello stesso sesso.

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