Nel 2018 più donne si rivolgono ai centri antiviolenza (+13,6%), ma il 55,5% delle operatrici sono volontarie

L'Istat diffonde i dati della seconda edizione dell'indagine sui Cav, effettuata nel 2019 sulle attività del 2018
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ROMA –  Al 31 dicembre 2018 sono 302, i centri antiviolenza (cav) segnalati dalle Regioni, cioé quelli che hanno aderito all’Intesa Stato-Regioni del 2014, pari a 0,05 centri per 10mila abitanti, valore stabile rispetto al 2017. Di questi 30 hanno iniziato la loro attività nel 2018. Lo fa sapere l’Istat nel report della seconda edizione dell’indagine sui centri antiviolenza, effettuata nel 2019 e riferita all’attività svolta nell’anno precedente. Rispetto al 2017 risultano in aumento (+13,6%) le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza italiani (cav): sono state 49.394 nel 2018, 17,2 ogni 10mila. Le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza sono 30.056, delle quali il 63,5% lo ha iniziato nel 2018. Il 63% delle donne che hanno iniziato il percorso di allontanamento dalla violenza ha figli, minorenni nel 67,7% dei casi. Le donne straniere sono il 28%. 

Il 55.5% DELLE OPERATRICI CAV SONO VOLONTARIE

Al 31 dicembre 2018 le operatrici che lavorano nei centri antiviolenza (cav) italiani risultano 4.494, di cui 2.492 – oltre la metà (55,5%) – sono impegnate esclusivamente in forma volontaria. Sono 2.002 le operatrici che, invece, vengono retribuite. È l’operatrice di accoglienza a svolgere un ruolo chiave nei centri, essendo la figura professionale che più frequentemente svolge un numero maggiore di ore in forma volontaria.

 NEL 68,5% DEI CAV REPERIBILITÀ H24, IL 95,3% ADERISCE AL 1522

I centri antiviolenza (cav) italiani hanno elevata reperibilità. Dai dati delle ricerca dell’Istat emerge che i cav sono aperti in media 5,2 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. Il 68,5% ha una reperibilità nelle 24 ore, il 69,6% ha la segreteria telefonica attiva quando non è aperto, il 22,6% ha messo a disposizione delle utenti un numero verde, il 50,2% ha una linea telefonica dedicata agli operatori. Quasi la totalità dei cav (95,3%) aderisce al numero nazionale antiviolenza 1522. I centri sono promossi da soggetti privati nel 61,9% dei casi e quasi tutti (96%), promotori e gestori, operano da più di cinque anni. Si occupano esclusivamente di violenza di genere il 66% degli enti privati promotori e il 57% degli enti privati gestori. 

IL PUBBLICO ALIMENTA L’ATTIVITÀ DEL 90% DEI CAV

La forma di finanziamento principale dei centri antiviolenza (cav) italiani prevede un mix di fondi pubblici e privati (51,4% dei casi). Il 39,3% dei centri antiviolenza riceve esclusivamente finanziamenti pubblici, il 2,7% solo fondi privati. In totale, il pubblico alimenta l’attività del 90% dei cav.

SUPPORTO ALLOGGI PER IL 66,5%, TRA I SERVIZI MENO EROGATI NEI CAV

I servizi più offerti dai centri antiviolenza (cav) italiani nel 2018 sono quelli di ascolto e accoglienza, di orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale (entrambi 96,5%), supporto legale (93,8%), supporto e consulenza psicologica (92,2%), sostegno all’autonomia (87,5%), percorso di allontanamento (84,0%) e orientamento lavorativo (80,5%). Tra i servizi previsti dall’Intesa del 2014 risultano meno erogati il servizio di supporto alloggiativo (66,5%) e quello di supporto ai minori. Tra i servizi non previsti dall’Intesa sono meno frequenti quelli di sostegno alla genitorialità (62,3%), di pronto intervento (58,8%) e di mediazione linguistica (45,9). Al Sud e nelle Isole, i servizi spesso sono erogati direttamente dai centri mentre al Nord prevale il modello misto in cui sono coinvolti anche altri servizi e strutture territoriali. Il 49,4% dei Centri antiviolenza dispone di sportelli sul territorio che forniscono servizi simili a quelli del centro al fine di raggiungere un numero maggiore di donne. L’87,9% dei centri investe sulla formazione obbligatoria delle operatrici, l’86% su attività di supervisione dell’organizzazione e delle attività svolte con le donne, puntando sulla qualità dei servizi offerti. 

L’82,9% DEI CAV ADERISCE A UNA RETE TERRITORIALE

L’82,9% dei centri antivolenza (cav) italiani aderisce a una rete territoriale, quasi sempre formalizzata attraverso convenzioni o protocolli d’intesa/accordi (92,5% dei casi). In base ai dati raccolti dall’Istat, risulta che la rete è coordinata prevalentemente da enti territoriali quali Comune, Prefettura (ambiti della programmazione sociale e socio-sanitaria) o Provincia/Città metropolitana. Solo il 9,9% delle reti attribuisce al cav la funzione di coordinamento. Fanno parte delle reti molti soggetti. Oltre agli enti territoriali responsabili sul territorio dell’erogazione dei servizi sociali (97,7%), figurano: soggetti del comparto sicurezza (92,5%), associazioni di volontariato (76,5%), soggetti del comparto giustizia (66,7%) o altri enti e soggetti (52,2%). 

IN CALO IL NUMERO DEI CAV IN SICILIA (-20%) E CAMPANIA (-10%)

 A livello territoriale la crescita maggiore di centri antiviolenza (cav) in Italia nel 2018 e’ stata registrata in Molise (+67%, due in piu’), Lazio (+53%, otto in più) e Lombardia (+33%, 16 in più). Si e’ ridotta, invece, l’offerta in Sicilia (-20%, tre cav in meno) e in Campania (-10%, cinque in meno). I cav che hanno partecipato alla rilevazione sono 257. Invariata la proporzione relativa al rapporto tra l’offerta dei centri e le vittime stimate che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni, con un indicatore di copertura dei centri su 10mila vittime pari a 1,1. La copertura minore spetta al Lazio (0,5), la maggiore al Molise (2,4). La maggior parte dei centri antiviolenza, in base a quanto rilevato da Istat, ha un territorio di competenza intercomunale o provinciale, fatta eccezione per le regioni di piccola dimensione (Valle d’Aosta e Basilicata), l’Umbria e la Calabria, dove l’attività si estende all’intera regione, e la Sardegna dove il 50% dei centri ha una copertura sovraregionale.

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28 Ottobre 2020
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