La denuncia della mamma di San Basilio per sperare in un futuro diverso

Breve storia del quartiere romano, dove il riscatto passa anche dalle donne
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ROMA – A Roma in via Fabriano, sul muro di cinta della scuola Zaveria Cassia, c’è un’iscrizione, frutto del lavoro di piccoli studenti del quartiere: “La fantasia è immaginare qualcosa che non c’è per il nostro quartiere”. Un’altra, positiva, dice: “Tutti sbagliamo ma possiamo migliorare”. È un lavoro che risale a qualche anno fa, rimasto lì, intoccabile, perché quando di mezzo ci sono i bambini nessuno osa mettere mani. Sono delle scritte che potrebbero rimanere al loro posto per tanto tempo e resterebbero sempre attuali. Perché a San Basilio ci sarà sempre qualcuno che sbaglia e che può migliorare. Come i due ragazzi, Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, i due 21enni che per motivi ancora da chiarire hanno distrutto tre famiglie: le loro e quella della vittima, Luca Sacchi, il 24enne ucciso qualche sera fa in zona Colli Albani.

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E se per una volta provassimo a pensare a San Basilio come ad un quartiere normale, fatto di gente perbene ma pure ‘permale’, di problemi e soluzioni, di confusione e di idee chiare? Come ce ne sono ovunque, sia chiaro. Una nomina, quella del quartiere, che attira anche i media, oltre all’attenzione delle Forze dell’ordine: “Ogni volta vengono tv e giornali per parlare male di San Basilio, non ne possiamo più”, le parole di un abitante del posto al campo sportivo del quartiere, mentre sul campo giovanissimi sportivi rincorrono non solo un pallone ma anche speranze per un futuro migliore. Guardare solo il lato oscuro, piuttosto che la parte illuminata e piena di positività è scontato ma forse ingeneroso. Almeno nei confronti di chi si alza alle 4 per andare onestamente a guadagnarsi il pane, piuttosto che contribuire all’etichetta di quartiere centro di spaccio tra i più grandi. O nei confronti delle donne di San Basilio, che storicamente da queste parti hanno contribuito a ‘fare’ il quartiere e la sua vita. Le donne. Come però Rachele Mussolini, che nel 1939 inaugurò il quartiere, quello che doveva essere un pezzetto di una Roma più grande, com’era nelle idee del fascismo. Ma così non andò. Del resto anche l’appellativo stava ad indicare qualcosa che non è mai stato: un piccolo agglomerato di case, senza servizi, un insediamento provvisorio in attesa di tempi migliori. Forse uno dei quartieri più di sinistra della Capitale, che pure aveva una curiosa caratteristica: delle costruzioni, poi abbattute per farne di nuove, realizzate per comporre la scritta ‘DUCE’. E, puro caso, si trovavano in via Loreto… Negli anni successi la seconda Guerra mondiale, il malumore che era iniziato a serpeggiare tra gli abitanti del quartiere, sfociò in accenni di rivoluzione. E in prima linea c’erano proprio quelle donne che anche con la forza tentarono di far rispettare i diritti degli abitanti: “Non potevamo pagare tanto per le corrente elettrica e per il condominio- il ricordo di una signora- così decidemmo noi quanto spendere, una autoriduzione che ci servì per poter mangiare“. E poi ci fu il caso dello ‘sciopero alla rovescia’: nessuna istituzione interviene per i servizi minimi? “E allora ci pensammo noi”. Era d’abitudine, infatti, vedere cittadini comuni scendere in strada per riverniciare le strisce pedonali, per sistemare l’asfalto su strade sterrate. C’era fame di civiltà, da queste parti. E dove non arrivava (non voleva) la lunga mano delle istituzioni, ci pensavano i cittadini.

Ancora le donne del quartiere, nel 1974, con i loro figli, sono le protagoniste della rivolta di settembre per le vie del quartiere: l’emergenza casa, anche allora, era di attualità. Dopo 45 anni le cose non sono ancora cambiate. In quell’occasione una mamma perse un figlio, quel Fabrizio Ceruso di Tivoli, ucciso da un colpo di pistola sparato da un poliziotto. E dopo quell’occasione la rivolta si inasprì al punto che le istituzioni scelsero la via della trattativa. Alla base del vivere civile ci sono sicuramente i servizi minimi, utili alla collettività per la quotidianità. Ancora oggi San Basilio ne è priva, almeno in gran parte.

mauro tassotti

Quel minimo che ha, lo deve necessariamente ai suoi cittadini, anche in questo caso ad una donna. Per tutti era una sorta di leggenda la signora Teresa, detta Teresona, la nonna di quello che sarebbe diventato uno dei difensori più forti della storia del calcio italiano, Mauro Tassotti: ‘invitò’, alla guida di un gruppo di altre donne, l’autista di un autobus ad entrare nel quartiere, non certo con le buone, altrimenti il mezzo avrebbe proseguito per la via Tiburtina, come avveniva tutti i giorni. Da quel momento, anche San Basilio ha almeno garantito il passaggio dei mezzi pubblici. Oggi è un’altra mamma ad alzare prepotentemente la voce, stanca di una vita che l’ha costretta a vedere il proprio figlio ai margini, nel giro della droga e con i soldi facili. E pure con il grilletto facile, vedendo com’è andata la vicenda in cui ha perso la vita il giovane personal trainer, a Colli Albani, in compagnia della fidanzata. “Meglio in galera che in mezzo agli spacciatori”, ha detto Giovanna Proietti, la madre di Valerio Del Grosso. Per questo, pur se dilaniata dal dolore, ha scelto di recarsi al commissariato di San Basilio per denunciare il proprio figlio, dopo aver saputo della morte del giovane: “Credo che abbia fatto una cazzata”, le sue parole. Che hanno aperto la porta del carcere al figlio.

“Parlando si trovano soluzioni ai problemi più difficili”, riporta una delle incisioni. Il gesto di una mamma, la dimostrazione che a San Basilio non esiste solo un lato oscuro, ma si può ripartire dai desideri dei piccoli bambini che hanno affisso le incisioni. E dal gesto coraggioso di una mamma.

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