Topi superstar, a Roma ce ne sono milioni: ecco perché

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Sul web spopola il video del roditore a passeggio sui cibi di un negozio in centro, parla il biologo
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ROMA – Il clamoroso video del ‘Ratatouille romano’, che rosicchia leccornie di primo livello nella vetrina del fresco di un supermercato del Centro, è destinato a fare il giro del mondo mentre l’indignazione monta in una città che da anni soffre la presenza esagerata e anche un po’ arrogante dei ‘sorci’, segnalati ormai quotidianamente tra cassonetti, strade e aree verdi dai cittadini. Animali infestanti, responsabili della chiusura di mense scolastiche e mercati rionali. Ce ne potrebbero essere più di 10 milioni annidati nei meandri più nascosti della Capitale. Non esiste un vero e proprio censimento, ma ci sono studi che sono riusciti a mettere in rapporto il numero di abitanti di un’area urbana con il numero di roditori presenti. “Ad esempio nei primi anni ’90 per Roma si era ipotizzato che ci fossero 7 individui per abitante- spiega all’agenzia Dire il biologo esperto in roditori Fernando Pasqualucci- nelle grandi aree urbane come Roma, Milano o Napoli è ovvio che si arriva a qualche milione di esemplari”. Fra le specie più comuni ci sono il “topolino delle case”, il “ratto dei tetti” e “il ratto delle chiaviche”. Quest’ultimo è meglio conosciuto come il “topo di fogna” ed è il più presente perché predilige gli ambienti umidi come fognature e scantinati. Sono mammiferi considerati ‘commensali’ perché mangiano quello che mangia l’uomo e possono essere davvero un problema. Una ragione è che consumano grandi quantità di cibo: “I roditori in genere consumano il 10% del proprio peso in materiale edibile- spiega Pasqualucci- quindi se un ratto pesa 300 grammi, in un anno avrà consumato 11kg di sostanze edibili. Moltiplicato per i milioni comincia a diventare una decurtazione sostanziosa”. 

L’altro motivo, il più preoccupante, è che rappresentano una potenziale minaccia sul piano sanitario. “Nel mondo ci sono un centinaio di malattie che trasmettono i roditori, vanno dai virus ai batteri, dalle rickettsie ai vermi. Dal punto di vista sanitario il problema è serio perché i roditori possono fungere da serbatoi di agenti patogeni: contengono organismi che vengono trasferiti all’uomo da un secondo animale, che può essere una pulce o una zecca, che poi punge l’uomo a cui trasferisce la malattia“. Ma una comune via di trasmissione è il “contatto con i fluidi organici, il sangue, le urine, i peli”. E sono proprio gli escrementi di topo il campanello d’allarme che rende evidente la necessità di fare ricorso a pratiche di derattizzazione. “E’ il primo fattore che determina la presenza di roditori- spiega Danilo Lerani, titolare di Aducta, ditta di disinfestazioni della Capitale- ed è grazie agli escrementi che riusciamo a determinare di quale tipo disinfestante si tratta e applicare il corretto trattamento”. La derattizzazione è una sorta di partita di scacchi con la colonia di roditori, inizia con un sondaggio tramite erogatori con esca non velenosa. “Dopo qualche giorno- dice Lerani- torniamo e facciamo una valutazione. Se l’impianto ha funzionato e le esche sono erose, vengono sostituite con altre che contengono il principio attivo più adatto”. Le possibilità sono tre, ma si tratta sempre di anticoagulanti di diversa intensità che agiscono nel metabolismo del roditore, uccidendolo lentamente. Sono metodi studiati per preservare dall’avvelenamento accidentale di animali domestici e bambini. “Ci vogliono 4-5 giorni. Così la colonia diminuisce perché gli esemplari più anziani collegano la morte dei loro simili non a quello che hanno mangiato ma al posto. Quindi tendono ad allontanarsi, un po’ muoiono e un po’ si allontanano”. Sterminare una colonia è infatti un’impresa estremamente difficile da realizzare. Il ‘nemico’ è intelligente e capisce in tempo quando è il momento di togliere le tende. Dunque si possono combattere le infestazioni essenzialmente spingendole altrove. E si possono creare le condizioni per contenerne l’espansione sfruttando la capacità di questi mammiferi di essere “sostenibili”.

I topi possono riprodursi 12 volte l’anno, hanno una gestazione di 20 giorni e a tre mesi di vita possono riprodursi. Ogni cucciolata vale dai 3 ai 12 nuovi individui. Questo permette alle colonie veloci contrazioni demografiche in base a condizioni specifiche, come ad esempio la presenza di cibo o l’assenza di predatori. “Sono sempre completamente adattati all’ambiente in cui vivono- spiega Pasqualucci- in un ambiente che ha una capacità portante di 1.000 individui non ne vivono 1100, ne vivono 1.000. Loro accrescono la colonia fino al massimo della sostenibilità e poi la stabilizzano”. Ciò spiega l’evidente proliferazione in una città estesa e con aspetti difficili da gestire, come i decoro di strade e parchi e la raccolta dei rifiuti. “Nei centri urbani molto grandi- afferma Pasqualucci- che annoverano zone molto degradate dove la raccolta dei rifiuti non viene effettuata perfettamente oppure gli impianti non vengono manutenuti in maniera appropriata, è ovvio che questo determina condizioni per una più facile sopravvivenza e nidificazione di queste specie“.

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