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Al fronte con i nazional-bolscevichi: “La Russia vincerà”

Attivisti e propagandisti, i nazional-bolscevichi sono in prima linea oggi in Ucraina, per aiutare i russi 'maltrattati' nel Donbass. E giurano: "Le forze sono impari, fornire armi all'Ucraina può solo allungare la guerra. E fare più morti"

Pubblicato:28-04-2022 16:11
Ultimo aggiornamento:29-04-2022 13:34

intervista_nazional bolscevichi
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ROMA – “Voenkory”, corrispondenti di guerra. Ma anche attivisti e propagandisti, al seguito della “Rosgvardia”, corpo di élite dell’armata russa. Scorta mediatica e politica, messa al bando dal presidente Vladimir Putin ma tornata oggi in prima linea in Ucraina, sulle orme di Eduard Limonov, all’anagrafe Savenko, scrittore dissidente e icona della contro-cultura, sovietico e libertario, anti-capitalista e provocatore.
I nazional-bolscevichi, nati dalla protesta contro le privatizzazioni predatorie post-Urss e divenuti fuorilegge nel 2007, promettono nuove battaglie. Adesso però non ce l’hanno con Putin, come quando spiazzando tutti erano passati dalla contestazione dell’anti-comunismo eltsiniano all’alleanza tattica con lo scacchista Garry Kasparov, un liberale ora esule a New York.

Da “voenkory” e propagandisti partono per il Donbass per difendere russi maltrattati, o che credono tali, e per rivendicare territori sottratti alla Grande Russia. “Non c’è dubbio, oggi Limonov sarebbe al fronte, da qualche parte nel sud dell’Ucraina” ha detto di recente Emmanuel Carrère, lo scrittore francese autore della biografia romanzata più celebre dell’intellettuale-dissidente, scomparso a Mosca due anni fa.

“La storia gli ha dato ragione, i suoi timori si sono realizzati” ci dice oggi Mikhail Aksel, maglietta nera, barba e look skinhead, a 25 anni nuovo coordinatore dei nazional-bolscevichi. “Come scrittore, giornalista e corrispondente di guerra Limonov era stato in Serbia, in Nagorno-Karabakh, in Abkhazia e pure nel Donbass, durante la prima fase della guerra in Ucraina, tra il 2014 e il 2015: aveva visitato le ‘repubbliche popolari’ di Lugansk e Donetsk per documentare le ingiustizie contro i russi”.


Oggi le sosterrebbe ancora, quelle repubbliche, “con le parole e con i fatti”. Come fanno i suoi eredi e nipoti, che hanno 18, 20 o 25 anni, proprio come Aksel, appena rientrato a Mosca “dalla direttrice” di Kharkov, Kharkiv in ucraino. “Nel distretto di Lipetskyj c’era gente rimasta senza luce e senza acqua che da giorni aspettava l’arrivo della Russia” accusa, mostrando un video che ha pubblicato sul suo canale Telegram con il quale aggiorna i compagni di partito. “Tra i nostri compiti c’è anche portare aiuti umanitari: quelli di Kiev tagliano forniture idriche e corrente elettrica ai villaggi che non controllano più”.

Le accuse di disumanità, i nemici sempre più cattivi, le vittime tutte da una parte e i carnefici solo dall’altra: orrori di guerra, che si ripetono uguali a se stessi. Ne parlava anche Limonov, in un video tornato a circolare sui social in questi giorni. Circondato da giornalisti, gli occhiali che non dimentichi e il piglio polemico di sempre, definisce il nazionalismo “escalation di emozioni”. E spiega: “Una parte comincia e l’altra risponde; alla fine nessuno ricorda più chi ha cominciato”.

Qualcuno sostiene che Limonov fosse più nazionalista di Putin e che lo giudicasse troppo cauto. Nel 2006 si era spinto a sfidarlo aderendo a Drugaja Rossija, Altra Russia, una coalizione che insieme con Kasparov candidato presidente denunciava corruzione e repressione. I “nazboly”, nazionalisti anti-sistema affascinati da Benito Mussolini e dalla Banda Baader-Meinhof, da Stalin e dai Sex Pistols, erano poi finiti nel mirino della polizia ed erano stati messi al bando. Per continuare a esistere, hanno cambiato nome: si chiamano Altra Russia, ma conservano il richiamo a Limonov e pure alla “limonka”, la bomba a mano che resta il loro simbolo.

Il 24 febbraio, il giorno dell’inizio dell’offensiva russa in Ucraina, è cominciata un’altra storia. L’indomani a Mosca il quotidiano Ivzestija ha titolato sull'”operazione in difesa del Donbass”. Mentre i canali social dei nazional-bolscevichi si riempivano di post, missioni, appelli e manifestazioni.
Ma la guerra, e qui torna Lenin, non è il prodotto dell’imperialismo fase suprema del capitalismo? “Quella in corso è una tragedia che dovrebbe finire al più presto” si limita a rispondere Aksel. Non parla né di imperialismo russo né di quello americano, ma torna al ruolo dell’Europa, ricordando una manifestazione dei “nazboly” a Mosca, proprio di fronte alla rappresentanza diplomatica dell’Ue. “Più armi manderete al governo di Volodymyr Zelensky e più morti ci saranno” ripete a chi gli chiede della libertà e del diritto a difendersi degli ucraini. “Quello è il nostro spazio geopolitico, è come la Sicilia per l’Italia: cosa direste se arrivassero i cinesi e dicessero che vogliono costruirci basi militari? Gli ucraini hanno la nostra stessa cultura, siamo come fratelli”. Ma tre anni fa non hanno scelto Zelensky, eletto presidente con oltre il 70 per cento dei consensi? “Altro che comico, è un criminale” la tesi dei nazboly. “Lo ha dimostrato minacciando l’uscita dagli Accordi di Budapest sulla denuclearizzazione dell’Ucraina”.

In due mesi di guerra sono morti migliaia di civili e di soldati, anche ragazzi diciottenni o ventenni, ucraini e russi, sulla “direttrice” di Kharkiv, in riva al mar d’Azov o alle porte di Kiev. Secondo il governo ucraino, Mosca avrebbe già avuto oltre 20mila morti, quasi lo stesso numero di caduti che in dieci anni di guerra in Afghanistan. E però i nazional-bolscevichi non hanno dubbi: “I due eserciti non sono sullo stesso piano, l’arrivo delle armi americane ed europee ha il solo effetto di prolungare la tragedia”. Neanche americani ed europei sarebbero peraltro sullo stesso piano. “Gli Stati Uniti vogliono l’egemonia mondiale, ma Francia, Germania, Spagna o Italia che cosa ci guadagnano da questa guerra?” chiede Aksel. A breve ripartirà per l’Ucraina, per girare video e raccontare la guerra, dice, documentando anche le violenze sui civili commesse dal battaglione Azov o dagli altri “nazisti” che stanno con Kiev.

Vista così, almeno nel breve periodo, la pace non sembra avere chance: “Non vogliamo nuovi Accordi di Minsk, sempre violati da Zelensky, che ha ricevuto miliardi di dollari di armi dagli americani e non ha mai voluto porre fine alla guerra cominciata nel 2014”. La pace giusta sarebbe allora solo quella russa. “Piena vittoria, per uno spazio euroasiatico sicuro, da costruire e difendere insieme con l’Europa, libera dal giogo delle élite al servizio dell’America” lo slogan di Aksel.

Ma Putin che nel suo discorso del 21 febbraio se l’è presa proprio con i bolscevichi, accusati di aver creato l’Ucraina dal nulla nel 1918 e pronti a “distruggere la Russia storica” pur di conservare il potere? Questa volta, i nipoti di Limonov non affondano il colpo. “Putin ha 70 anni, appartiene alla generazione dei nonni” risponde Aksel. “La sua linea rossa è tutta geopolitica, mentre la nostra sono le vittime russe da difendere; del suo discorso, quando ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche del Donbass, mi è piaciuta però una cosa: ha parlato di storia”.

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