Jessen (Unhcr): “È emergenza rifugiati dal Tigray, aiutare il Sudan”

Intervista al responsabile dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati da Khartoum
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di Brando Ricci

ROMA – “È necessario che la comunità internazionale sostenga il governo sudanese in questa fase di accoglienza; i centri di transito sono sovraffollati e ci sono carenze per quanto riguarda l’accesso al cibo e le misure di prevenzione da Covid-19″. Così all’agenzia Dire, Sophia Jessen, che a Khartoum lavora all’ufficio relazioni esterne dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

L’intervista si svolge mentre sono ormai oltre 43.000 le persone che sono state accolte da Unhcr, con organizzazioni partner ed esecutivo di Khartoum, in tre regioni del Sudan orientale: Kassala, Gedaref e in misura minore Blu Nilo

Ora a fuggire sono soprattutto gli abitanti della regione etiope del Tigray, appena oltre il confine, dove dal 4 novembre è in corso un’offensiva dell’esercito contro le forze fedeli al partito che controlla la zona, il Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf). In settimana e’ cominciata una fase definita come “finale” dal governo del primo ministro Abiy Ahmed, con le truppe etiopi alle porte del capoluogo Macalle’.

Jessen riferisce che “la maggior parte dei rifugiati passa il confine sudanese in due punti, Hamdayet e Lugdi, situati nel nord-ovest del Tigray”, a pochi chilometri anche dal confine con l’Eritrea. I centri di transito per chi arriva da questi valichi sono due: Village 8 e Hamdayet. Circa due settimane fa la Commissione per i rifugiati del governo sudanese ha individuato come riferimento principale il campo di Um Raquba, circa 70 chilometri all’interno del territorio sudanese. Secondo Jessen, il campo e’ fondamentale per “alleggerire il peso sui due centri di transito che sono sovraffollati” e “iniziare il processo di identificazione delle persone che arrivano, verificando anche se presentano necessita’ particolari dal punto di vista sanitario o psicologico”. A oggi, Um Raquba ospita oltre 9.600 persone.

Jessen dice che le persone che giungono in Sudan hanno meno di 17 anni di eta’ in quasi la meta’ dei casi, “presentano condizioni di salute generalmente buone e portano con loro pochissime cose”. Rispetto al numero degli arrivi, la responsabile aggiunge: “Abbiamo assistito a un deciso calo degli ingressi nell’ultima settimana: se per i primi dieci giorni del conflitto entravano in Sudan circa 4.000 persone al giorno dallo scorso fine settimana sono meno di mille; l’altro ieri e martedi’ sono stati poco oltre i 700”. Secondo fonti della stampa internazionale, rifugiati appena arrivati a Lungi hanno riferito che l’esercito etiope ha bloccato la strada che porta al valico, circa 20 chilometri prima del confine. Jessen dice pero’ di non avere elementi per legare il calo degli arrivi all’evoluzione del conflitto, ricordando che “in tutto il Tigray le linee di comunicazione sono state interrotte” e che e’ molto difficile reperire informazioni.

Tra le priorita’ dell’Unhcr c’e’ anche la prevenzione del Covid-19. “Controlliamo la temperatura di chi arriva nei centri di transito, distribuiamo sapone e mascherine” riferisce la responsabile, aggiungendo: “Partner locali e la Sudanese Red Crescent Society ci stanno aiutando nel lavoro di identificazione degli eventuali sintomi”. Misure rilevanti ma che non possono essere decisive, visto che i centri di transito continuano a ospitare migliaia di persone senza alcuna possibilita’ di distanziamento. Secondo Jessen, “continuare a sostenere il Sudan nello sforzo per riallocare queste persone in altri campi e’ cruciale”.

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