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‘Statale 106’, come la Ndrangheta va alla conquista del mondo

Giornalista calabrese di nascita e lavoratore milanese d'adozione, Antonio Talia è l'autore di 'Statale 106', edito da Minimum Fax
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ROMA – Espressione seria accomodante, Antonio Talia è uno di quegli antidivi destinati subito a far breccia nell’attenzione dell’interlocutore. Giornalista calabrese di nascita e lavoratore milanese d’adozione, Talia è l’autore di ‘Statale 106’, edito da Minimum Fax, un libro destinato a far parlare, perlomeno a giudicare dall’argomento che tratta e soprattutto per la lente di osservazione usata.

Si parla infatti di ‘ndrangheta e del suo strapotere nell’era globale, quella della società liquida, delle cordate finanziarie, della connessione senza frontiere inaspettatamente intercettata dai tracciati di questa ‘carrettera’ jonica di 104 chilometri che unisce mari e monti e che sulla cartina al massimo la si vede solcare altre due regioni del sud Italia contigue alle terre calabre: Basilicata e Puglia.

“Io sono un giornalista di affari esteri” precisa Antonio quando gli si chiede da dove sia nata l’idea di questo diario di viaggio della criminalità. “Diciamo che l’idea è nata poiché, occupandomi di affari esteri, notavo che tornavano sempre dei nomi e delle situazioni che in qualche modo conoscevo, perché sono calabrese”, precisa.

“Il fatto poi che questi nomi e queste situazioni ricordassero anche in vari affari in giro per il mondo ovviamente mi ha spinto a scriverne, a metterli insieme”, aggiunge.

Talia parla a Milano, è lunedì pomeriggio, sono le 18 ma la città sembra ancora viaggiare a pieno regime, nonostante l’orario da dopolavoro. Domanda: c’è stata per Antonio Talia qualche precisa ispirazione letteraria.

“La mia fonte di ispirazione è stata da un lato una certa letteratura true crime che si legge sempre di più in giro, mentre dall’altro lato è sorta un po’ l’idea di provare a raccontare in letteratura di viaggio qualcosa che con la letteratura di viaggio c’entra molto poco”.

C’entra poco anzi pochissimo, la criminalità organizzata con la letteratura del viaggio, o meglio c’entra poco la ‘ndrangheta, visto che mafia siciliana e camorra hanno già avuto la propria ribalta pop, anche a livello cinematografico: Padrino, Piovra, Gomorra… Quanto può essere pop la ‘ndrangheta?

“Credo che il fatto che la ‘ndrangheta non sia pop sia in qualche modo dovuto al fatto che è molto impenetrabile rispetto ad altre criminalità organizzate. Tutta questa cinematografia e tutta questa letteratura ha contribuito anche a rendere la figura del gangster quasi un eroe tragico ma invece quando si va a vedere la realtà, la realtà data dai verbali e la realtà che viene data dalle indagini di Polizia e dalle intercettazioni, tutta questa figura mitologica crolla. Non c’è nulla di eroico né di particolarmente interessante nelle azioni di questi personaggi. Rispetto alle psicologie credo che gli aspetti più interessanti siano quelli criminologici”.

In Italia sembra una novità che la ‘ndrangheta faccia affari anche nel Nord Italia, dato che, da quanto racconta il libro, da almeno 40 anni gli affari sono in Canada, in Australia… Com’è possibile che qui non sia penetrata la dimensione internazionale del fenomeno?

“A parte il Canada e l’Australia dove ci sono ormai ‘ndranghetisti di terza generazione, credo abbia contribuito una confusione generale dei giornalisti e degli inquirenti che in qualche modo mettevano insieme tutta la criminalità organizzata italiana. Da questo punto di vista avevano anche ragione perché facevano delle collaborazioni molto forti, dall’altro lato invece il fenomeno è differente. C’è poi il solito fattore dell’impenetrabilità, che ha contribuito a far pensare che il fenomeno fosse costituito da criminali di basso profilo. Quando poi ci siamo trovati di fronte a casi di riciclaggio o a casi di intimidazioni che collidono con il mondo finanziario abbiamo capito che non è esattamente così o non è solo così”.

Nel libro si fa riferimento a grosse operazioni finanziarie. Se ne può raccontare una?

“Beh ce n’è una delle tante che riguardano la Lombardia. C’era un personaggio che gestiva una sorta di banca clandestina, un usuraio tra la provincia di Milano e quella di Monza Brianza, il quale aveva poi la possibilità di investire in dei cantieri che si trovano dalle parti di Giussano da diversi milioni di euro. La stessa persona -per nascondere i proventi di attività illecite commesse non solo dal suo ma da altri gruppi- attraverso una rete di broker è riuscito a portare questo denaro prima a Dubai e poi ad Hong Kong”.

Dubai, Hong Kong, Canada, Australia: la diffusione è capillare. Si dice ci siano stati legami anche di affiliati alla ‘ndrangheta Farc colombiane e talebani afghani… confermi? Qualche altra collaborazione atipica?

“I collegamenti con le Farc -nella misura in cui le Farc hanno anche usato come metodo di autofinanziamento la cocaina- sono abbastanza provati. Sui talebani si è detto, si è scritto, ma non mi pare ci siano dei riscontri oggettivi, mentre un esempio diretto può essere la storia di uno ‘ndranghetista che ha aperto un contatto molto proficuo con il cartello del Golfo uno dei più importanti cartelli messicani. All’epoca il cartello del Golfo era in guerra con uno dei suoi spin off, un gruppo paramilitare: los Zetas. Questa esperienza ha poi portato il cartello del Golfo a cercare nuove vie per portare la cocaina in Europa, e degli esponenti affiliati alla ‘ndrangheta hanno fornito questo servizio”.

Andando altrove, nel libro si racconta di un legame tra i sequestri di persona e gli investimenti a Griffith, in Australia. Negli ultimi anni l’Australia è diventata terra di opportunità per tanti giovani: può esserci un legame tra i due processi?

“È vero che c’è stata una forma di reinvestimento dei proventi dei sequestri di persona inteso come accumulazione di capitale originario in vari affari leciti e tra questi c’è stato l’acquisto di terreni fertili a Griffith, che è una zona molto ‘fertile’. Per quanto riguarda l’immigrazione di moltissimi giovani italiani in Australia… non credo ci sia un nesso diretto. L’Australia è un paese interessante ma al contempo ha delle politiche migratorie molto particolari e restrittive. Dire che tutta l’immigrazione vada lì per ragioni più o meno criminali ovviamente non ha una corrispondenza con la realtà… però che sia un paese interessante e con una certa crescita economica e che quindi oltre ad attirare immigrazione interessata a lavorare attiri anche capitali e investimenti illeciti penso che sia molto più plausibile e molto più dimostrato dalle indagini. Inoltre la legislazione australiana ha dimostrato di non essere così all’avanguardia nel contenere i fenomeni legati alla criminalità organizzata: ecco perché alcuni di questi investimenti hanno avuto gioco facile ad arrivare, perpetrarsi e a creare poi delle vere e proprie dinastie criminali”.

Dinastie criminali che sembrano esserci anche in Basilicata e Puglia. Sacra Corona, Basilischi: è una ‘ndrangheta interregionale segnata dalla 106?

“Forse sì. Quando parliamo di ‘ndrangheta però non dobbiamo commettere l’errore di pensare a qualcosa di monolitico perché se no questo rallenta la capacità di comprensione del fenomeno che abbiamo davanti. Se per ‘ndrangheta intendiamo una serie di organizzazioni strutturate tutte quante alla stessa maniera che hanno più o meno gli stessi rituali e lo stesso comportamento allora sì, siamo sulla strada giusta. Pensare però che ci sia un vertice unico è sbagliato. Non c’è un vertice unidirezionale, ma stando anche alle recenti indagini abbiamo scoperto che alla testa c’è più una specie di Corte Costituzionale che applica la stesso tipo legge criminale per tutti ma che non ha una direzione strategica simile. Quando poi gli ‘ndranghetisti incontrano le organizzazioni criminali che stanno in Puglia e in Basilicata è probabile che lavorino insieme come le organizzazioni criminali quando capita l’occasione”.

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