I Servizi Sociali di Venezia non fissano incontri, mamma e figlia lontane da mesi

SPECIALE MAMME CORAGGIO | Ruth tolta a Patricia, accusata di essere una "madre malevola"
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ROMA – Mamma e figlia sette mesi lontane, legate solo dal filo di una videochiamata. A deciderlo non sono loro, Patricia e Ruth (i nomi sono di fantasia, ndr), ma i Servizi Sociali di Venezia, che da dicembre 2019 a giugno 2020, non hanno calendarizzato gli incontri protetti disposti da un provvedimento della Corte d’Appello di Venezia, decidendo di fatto per un’interruzione del loro rapporto durante il lockdown. ‘Mi dissero che non avevano la sala per riceverci’, denuncia all’agenzia di stampa Dire Patricia, 40enne di origini ivoriane in Italia da 30 anni, da 20 impiegata nella ristorazione in Veneto, mamma di una bimba di 8 anni che le è stata tolta con un provvedimento del Tribunale di Treviso e l’accusa di essere una ‘madre malevola’ scritta nera su bianco sul decreto che riprende la diagnosi contenuta nella relazione della seconda Ctu (Consulente tecnico d’ufficio, ndr). Ruth, dopo essere cresciuta serenamente con Patricia e i nonni materni fino all’età di 6 anni, vive oggi col padre, beneficiario di un provvedimento di affido super esclusivo che, si legge nella relazione della seconda Ctu, ‘si richiede in base a condotte che determinano rischi di alienazione da parte di un genitore’, in questo caso individuato in Patricia.

LA STORIA DI PATRICIA, UNA GRAVIDANZA INASPETTATA

‘Ho conosciuto Giuseppe (il nome e’ di fantasia, ndr), il papa’ di Ruth, nel 2004′, racconta la donna ripercorrendo le tappe di una storia che il suo legale, Antonio Voltaggio, definisce un caso giudiziario ‘abnorme, purtroppo solo l’ultimo di una serie di casi di bambini sottratti alle madri fondati su una ascientifica ‘diagnosi’ di sindrome della madre malevola, definizione che sotto altra veste ricalca la Sindrome di alienazione parentale (Pas)’. ‘Ero barista in un ristorante noto di Venezia, lui mi ha vista e mi ha lasciato una cartella di lavoro col suo numero. L’ho richiamato e da li’ ho iniziato a frequentarlo, poi sono venuta a sapere che aveva gia’ un’altra relazione’. Patricia e Giuseppe continuano a vedersi occasionalmente fino al 2009, poi ‘ci siamo persi di vista per un annetto e ci siamo incontrati e rifrequentati di nuovo nel 2010’, fino a quando, inaspettatamente, ‘sono rimasta incinta. Lui mi disse che non voleva la bambina e che dovevo abortire– ricorda- Io gli risposi che l’avrei tenuta‘. La gravidanza va avanti anche con l’aiuto economico di Giuseppe e di sua madre, ‘ma negli ultimi mesi sono rimasta sola a gestire tutto’ fino al parto ‘quando gli ho mandato un messaggio per dirgli che stava nascendo sua figlia e lui e’ venuto a vederla perche’ convinto da un amico’. I rapporti ‘si sono tranquillizzati, lui veniva a trovare la bambina e trascorrevamo quel tempo insieme’. Poi, ‘quando Ruth ha compiuto due anni la prendeva il venerdi’ e se la teneva fino alla domenica’, nonostante avesse deciso ‘di non riconoscerla alla nascita’.

DAL RICONOSCIMENTO ALLA BATTAGLIA LEGALE PER L’AFFIDO 

Il riconoscimento, infatti, arriva qualche anno piu’ tardi ‘dopo il test del Dna che mi ha obbligato a fare, anche se ero sicura che il padre fosse lui’. Contestualmente, ‘il Tribunale decise che poteva prendere la bimba il mercoledi’ pomeriggio e a weekend alternati, oltre a versare un mantenimento di 400 euro al mese. Per un periodo, pero’, Ruth ha avuto problemi di stitichezza, credo dovuti allo stress- continua Patricia- Quando era con lui non andava al bagno e, tornando a casa, faceva dei sassi di feci. A quel punto gli dissi di venire da me finche’ questo problema non si fosse risolto, ma lui- cosi’ spiega la mamma questa sua richiesta- si e’ rivolto agli avvocati e ha iniziato una battaglia legale per ottenere l’affido‘. E chiede l’intervento di una Ctu, ritenendo che il comportamento di Patricia costituisse un ostacolo al rapporto con la figlia, ‘anche se la bambina- precisa Voltaggio- aveva sempre frequentato il padre senza che la madre fosse mai incorsa in sanzioni o denunce’.

NELLE RELAZIONI DEL CTU TORNANO COSTRUTTI CHE RICHIAMANO LA PAS 

‘È indubbio il conflitto di lealtà che spinge (Ruth) a dovere accontentare le posizioni della madre e soprattutto della nonna materna’, scrive la psicologa nella prima relazione, in cui viene ribadita più volte ‘l’importanza del criterio dell’accesso’ all’altro genitore, anche di fronte ai rifiuti della bimba di andare col papa’ riportati da Patricia durante la perizia. ‘È stato spiegato nuovamente che in tal sede non hanno la priorita’ i ‘desideri’ della bambina, che potrebbero anche essere indotti dagli adulti, ma il suo bene e il diritto alla bigenitorialità– insiste la psicoterapeuta- e si e’ rimandato alla buona relazione tra padre e figlia vista in interazione famigliare’. A partire dagli incontri svolti per tre mesi nel 2017, la Ctu, nonostante ‘entrambi i genitori mostrino un rapporto affettivo con la bambina’, teorizza l’esistenza di ‘una dinamica relazionale descritta in letteratura come ‘triangolazione”, descrive Ruth come ‘risucchiata nel nucleo materno’, il padre come impossibilitato ad ‘agire il proprio compito di ‘separatore della coppia simbiotica’ perche’ poco coinvolto nella vita della figlia’, e la madre e la nonna come figure che ‘hanno volontariamente indotto dinamiche disfunzionali nei confronti del padre’. Tutti costrutti sinonimi della teoria della Pas, mai riconosciuta dalla comunita’ scientifica internazionale e recentemente sconfessata anche dalla Cassazione. 

IL TRIBUNALE STABILISCE L’AFFIDO ESCLUSIVO PATERNO 

‘Da questa relazione emerge che siamo una famiglia di sprovveduti, non in grado di allevare una bambina- continua Patricia- Ho chiesto al tribunale se si poteva cambiare Ctu, ne hanno nominata un’altra che ha definitivamente messo un timbro nero sulla mia pratica‘. Se, infatti, un primo provvedimento del Tribunale di Treviso dell’ottobre 2018 conferma le proposte della prima Ctu, disponendo l’affido esclusivo al padre con collocamento materno, è nel corso della seconda Ctu che la situazione precipita. ‘Il giudice diede una delega a questo secondo perito per valutare se la bambina dovesse vivere con il padre a Venezia, cosa che avvenne già in sede di perizia- sottolinea l’avvocato Voltaggio- Il Tribunale di Treviso non fece che ratificare questa situazione di fatto, una cosa mai vista in tutta la mia carriera’. ‘Era l’8 aprile 2019- ricorda Patricia- Portai la bambina a scuola e alle 12, quando sono tornata a prenderla, mi dissero che l’aveva portata via il padre. Non l’ho vista per cinque mesi– continua- la sentivo solo al telefono ogni sera’. Finché, nell’agosto del 2019 un nuovo decreto, alla luce degli aggiornamenti della seconda relazione peritale, dispone l’affido esclusivo al padre con collocamento paterno e incontri liberi con la madre, ‘non sussistendo ragioni tali per disporre che avvengano in spazi protetti’ come proposto dalla Ctu, che invita madre e padre a seguire ‘un percorso di sostegno alla genitorialita”. Nella relazione, poi, se da un lato la seconda Ctu conviene con le conclusioni della prima che descriveva Ruth come ‘in balia delle decisioni e degli influssi della mamma e della nonna‘, dall’altro descrive Patricia come una madre ‘poco autorevole e troppo allineata ad accondiscendere alle richieste della figlia’ nelle interazioni con lei, ‘contraddizione- osserva il legale- acuita dal fatto che il decreto che ha allontanato Ruth dalla madre fa proprie le affermazioni della Ctu che descrive Patricia come ‘accudente e priva di psicopatologie”.

L’AFFIDO DIVENTA SUPER ESCLUSIVO

Nel frattempo le cose per Patricia si complicano. ‘Lavoravo sei giorni su sette, avevo un contratto a tempo indeterminato e prendevo bei soldi- racconta- Quando ho ricominciato a vedere mia figlia, venendo da fuori Venezia, mi e’ capitato di arrivare tardi al lavoro. Poi non ce l’ho fatta più con questo ritmo e mi sono dovuta licenziare. Ho trovato un altro lavoro e ho cambiato casa per stare piu’ vicina a mia figlia- spiega- Pago 700 euro al mese solo di affitto su uno stipendio di 1.400 euro che, a causa delle misure anti-Covid, si è ridotto a 1.200 perché lavoro meno giorni a settimana’. ‘Non contento dell’affido esclusivo- continua l’avvocato Voltaggio- il padre di Ruth ha fatto ricorso alla Corte d’Appello di Venezia per ottenere l’affido super esclusivo’, istanza puntualmente accolta con un provvedimento del dicembre 2019 che dispone la revoca dell’assegno per la minore, incontri protetti con la madre per almeno sei mesi – col monitoraggio dei Servizi Sociali e la presenza di un educatore – e l’avvio degli incontri liberi al termine del periodo.

‘Gli incontri protetti sono iniziati il 7 luglio invece che a gennaio, dopo che io ho inviato pec su pec- sottolinea l’avvocato Voltaggio- Abbiamo fatto ricorso in Cassazione con un’istanza per la sollecita fissazione, ma normalmente prima di due anni non viene fissata l’udienza’. ‘Ho fatto ricorso per chiedere la sospensione della sentenza, respinto dalla Corte d’Appello di Venezia con la motivazione che l’unico modo che ho per esercitare il mio ruolo di madre è l’esecuzione del provvedimento, che invece era rimasto ineseguito per sei mesi’, denuncia Patricia. Ma ‘se gli incontri protetti non sono avvenuti per sei mesi per colpa dei Servizi Sociali- prosegue il legale- si sarebbe dovuto sospendere per tale parte il provvedimento e consentire l’inizio degli incontri liberi, che avrebbero dovuto iniziare ai primi di luglio’.

‘VEDO MIA FIGLIA UN’ORA A SETTIMANA IN UN PARCO’

‘Ogni ricorso che faccio in tribunale lo rigettano, la mia paura è che non mi facciano più vedere mia figlia, di non vederla crescere- confessa Patricia- Vedo Ruth una volta a settimana per un’ora in un parco con i Servizi Sociali, ma il 14 di settembre hanno sospeso di nuovo le visite per un mese perche’ non hanno la sala per riceverci. Io mi sento malissimo, non dormo la notte perche’ mi manca e perche’ so che non e’ rilassata. Non fa sport, ha i denti non curati, sta sempre con la baby sitter e ogni tanto con la nonna paterna perché lui lavora, porta i vestiti degli anni precedenti che le vanno corti. Ieri aveva i calzini del padre- dice- Io non so se lo fa apposta per ferire me, ma la bambina non c’entra niente. Quando Ruth ha manifestato il desiderio di venire a casa con me- continua- lui l’ha minacciata dicendole ‘La mamma non la vedi più‘. Me l’ha raccontato la bambina, che ora non dice più niente perché ha paura di non vedermi nemmeno quell’ora a settimana. Il decreto stabilisce che ogni 15 giorni la bambina senta i nonni materni, ma il padre non rispetta nemmeno questo’. Conclude la donna: ‘Lui é un imprenditore. Fuori dal tribunale c’è scritto che la legge è uguale per tutti ma non è vero. Lo Stato esiste solo per i ricchi. E dei poveri se ne frega‘. 

 

 

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27 Ottobre 2020
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