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Inginocchiamenti acchiappalike? Non per tutti, ma Thais dice: “Hanno perso significato”

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Contro l'Austria negli ottavi di Euro 2020, tra il biasimo di molti, la Nazionale italiana che non si è inginocchiata per esprimere solidarietà al movimento Black Lives Matter
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ROMA – Zaha, calciatore della Nazionale della Costa d’Avorio, ha detto che questi gesti “isolano” ancora di più e che i suoi genitori gli hanno insegnato l’orgoglio non a inginocchiarsi. Sarà razzista pure lui. E così contro l’Austria negli ottavi di Euro 2020, tra il biasimo di molti, è andata in campo una Nazionale italiana che non si è inginocchiata per esprimere solidarietà al movimento Black Lives Matter e per dimostrare (a chi?) di non essere razzista.

Sono in voga, è acclarato, queste adunate di laica santità che tanto successo e buone gambe hanno sui social. Sono ormai ritualità vuote, con esplicite velleità acchiappavoti, acchiappalike.

Michael e Thais sono due giovani di successo, adottati da famiglie italiane. Michael (nome di fantasia), italo-somalo, ben inserito nel mondo del lavoro dopo una laurea in materie Stem, ha detto: “Questi gesti non mi dispiacciono. Qualsiasi cosa aiuti a ricordare forme di repressione e razzismo trova il mio favore”. Ma Thais (nome di fantasia), ingegnera di 35 anni, brasiliana, non è d’accordo: “Questo abuso di manifestazioni pubbliche ha perso significato”.

Insopportabile inoltre, al pari di quel che accade con il ddl Zan, è che qualcuno decida qual è il modo consacrato di esprimere un credo e che chi non lo fa, o non lo fa pedissequamente, è senz’altro razzista. O nell’altro caso omofobo. Un linguaggio e uno schema mentale simile a una certa coercizione culturale clericale. Che lo facciano poi collettivi sedicenti inclusivi pronti a lapidare la differenza la dice lunga su mandanti e metodi.

Rosa Parks, donna icona dei diritti dei neri, ha scardinato le odiose consuetudini con un gesto eroico e coraggioso (su un autobus non lasciò il posto a un bianco) che la portò in carcere. Una lavoratrice, una donna di dovere, integerrima, che a 42 anni si alzava ogni mattina per andare in fabbrica. Dopo la sua lotta eroica divenne Segretaria del democratico John Conyers, membro del Congresso. Nel 1999 ottenne la medaglia d’oro del Congresso.

Harriet Tubman, la Mosè degli afroamericani, sul corpo aveva i segni della schiavitù e combatté per liberare la sua famiglia e quelli come lei: «C’erano due cose a cui avevo diritto: la libertà o la morte; se non potevo avere l’una, avrei avuto l’altra.»

Quando si guarda alla storia dei diritti dei neri tornano in mente queste storie e la foto simbolo che mostra Ruby Bridges, 6 anni, entrare alla William Frantz Elementary School di New Orleans, scortata da tre agenti federali. Era il 14 novembre 1960 e la prima bambina nera varcava allora la soglia di quell’istituto, in una classe di soli bianchi.

Piuttosto che guardare a questo inginocchiamento, contiamo i neri che nel nostro Paese con formazione culturale elevata sono inseriti nel nostro mondo del lavoro. Secondo due ricerche del Gruppo Cerfe (Progetti Ragi e Raimi,1999), riportate da Redattore sociale e condotte su un campione significativo di immigrati qualificati (979 stranieri, in Lazio, Umbria, Toscana, Sardegna, e 120 key persone, ovvero soggetti in contatto con la realtà delle migrazioni internazionali), i laureati sono risultati il 53%. Se si mettono però in rapporto l’esperienza curriculare e professionale acquisita e il tipo di lavoro svolto, escludendo coloro che non sono ancora inseriti in una esperienza lavorativa, emerge come più del 77% delle donne e più del 66% degli uomini si trovino coinvolti in un processo di progressiva dequalificazione. Questo è il razzismo che non si ha il coraggio di analizzare.

I leader vari che chiedono ai calciatori questi gesti rispondessero con la politica e non con le genuflessioni goliardiche al disastro. Almeno in Italia la polveriera è stata apparecchiata ad arte, con anni di indolenza e buonismo. Altro che giustizia.

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