Elliot Page, le parole di Mauro Angelozzi e la risposta del direttore Nico Perrone

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Botta e risposta sul punto della giornalista della Dire
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Vi scrivo per esprimere quanto è stato doloroso leggere il testo di Silvia Mari da voi pubblicata ieri dal titolo “La mastectomia del queer Elliot, come muore una donna”. Voglio rimanere nel massimo rispetto delle opinioni diverse ma che siano almeno plausibili, il tenore dell’articolo a firma Mari non è stato troppo diverso da chi predicava che il Covid è causato da aborto e matrimoni gay. Qui si paragona una consapevole scelta di vita all’esito drammatico di una malattia, cose che non c’entrano niente tra di loro. E poi il titolo. “Come muore una donna”. Che titolo violento. E ancora, l’uso spregiudicato del deadname e la tremenda banalizzazione delle vite di migliaia di persone non cisgender come “uomini con le sembianze di donna che tengono il pene”. Da attivista e organizzatore me lo ricordo bene, negli anni avete testimoniato i nostri pride, avete raccontato con coraggio le serate di Muccassassina, Dire si è conquistata così un seguito di persone, tra cui anche transgender e queer che forse erano contente di aver trovato uno spazio giornalistico dove essere raccontate con obiettività e senza giudizio. E stamattina si svegliano leggendo quel titolo. Ci dicono che siamo troppo suscettibili, forse è perché siamo circondat* di gente che parla di noi e per noi, che decide delle nostre vite senza essere minimamente parte o al corrente della vita vera della comunità, senza aver vissuto la marginalizzazione a cui siamo costantemente sottopost*. Però questa storia delle opinioni non funziona. A volte a dar voce a tutte le opinioni ci si perde di autorevolezza. E questo è uno di quei casi. Anche quelle no-vax sono opinioni. Anche i negazionismi dell’Olocausto sono opinioni. Leggere un qualsiasi testo di Silvana De Mari, è innegabilmente un’opinione. Ma l’autorevolezza? Zero. Questo è. In qualità di agenzia di stampa siete tra chi ha più il polso dell’omolesbobifobia e della transfobia nelle nostre strade. Più voi delle forze dell’ordine, che spesso classificano gli episodi di violenza come motivati da futili motivi e le vittime devono rivolgersi alla stampa per essere ascoltate. Questo lo sapete benissimo. È dunque necessario gettare benzina sul fuoco con un titolo del tenore: come muore una donna? È davvero buono giornalismo dare in pasto alla opinione pubblica un assioma del genere queer – mastectomia – muore una donna? Inoltre senza argomentazioni logiche ma solo con opinioni pretestuose? Mi dispiace ma è inaccettabile. Sono davvero dispiaciuto e non sarei l’attivista che sono se non vi avessi espresso i miei dubbi.

Vi ringrazio per avermi letto, Mauro Angelozzi

LEGGI ANCHE: La mastectomia del queer Elliot, come muore una donna

La replica del direttore Nico Perrone

Ho deciso di pubblicare questa critica di Mauro Angelozzi, che ringrazio perché spiega e motiva e non insulta e basta, che seppur dura nei toni riconosce il lavoro svolto da tutta l’agenzia Dire ogni giorno. Non sono qui in veste né di avvocato né di pubblica accusa, i temi trattati sono così sensibili, così personali, così divisivi nelle diverse prese di posizione che, ne sono certo, anche questa mia verrà immediatamente incasellata in questo o quel partito, pro o contro. Chiariamo subito una cosa: l’opinione della giornalista Silvia Mari rispecchia quella degli altri 90 giornalisti dell’agenzia Dire? No, non ho fatto un’inchiesta interna ma posso dire che sicuramente è minoritaria. Per questo bisogna mettere a Silvia Mari la mordacchia e impedirle di dire la sua? Non lo farò mai. In tutta la mia vita professionale, e i tanti che mi conoscono possono testimoniarlo, mi sono sempre speso per la libertà di pensiero contro ogni censura. Abbiamo sempre dato la parola anche a chi, rispetto alle forze in campo in quel momento, risultava essere la parte più debole e indifesa. Un titolo può riuscire o non riuscire, passare inosservato o far arrabbiare. Potevamo usarne uno diverso? Forse, ma le 30 persone che sui social si sono scagliate contro la mia giornalista lo avrebbero fatto comunque, più per affermare la propria visione a tutti i costi, che per trovare un punto di contatto con l’altro. Per capire la complessità: ho scoperto che ci sono anche le Linee guida di Glaad, l’Associazione americana che dagli anni Ottanta promuove una rappresentazione corretta delle persone lesbiche, gay, bisex, trangender e queer (lgbtq+) e devo dire d’ora in avanti farò anch’io più attenzione a come affrontare queste tematiche, le sensibilità diverse. Per quanto mi riguarda, andando a rileggere le varie interviste di Elliot Page mi ha colpito molto quando parlando della sua adolescenza “vestendo panni femminili la situazione non faceva altro che peggiorare, per un periodo non riuscivo neanche a guardarmi allo specchio”. Poi dichiarò di essere gay ma “benché liberatorio la sensazione di disagio che provavo per il mio corpo non svaniva mai”. Poi nel 2020 svelò di essere transgender: “Adoro il fatto di essere trans. E adoro il fatto di essere queer. E più mi tengo vicino e abbraccio pienamente chi sono, più il mio cuore cresce”. Potrei mettermi anche a discutere sul significato dell’immagine di Elliot, che come ogni immagine si presta a diversi punti di vista. Ma anche qui per me basta il suo sorriso. Come agenzia Dire continueremo a svolgere al meglio il nostro lavoro. A volte saremo grandi, a volte cadremo e sbaglieremo, ma l’agenzia Dire rimarrà sempre plurale. Grazie ancora caro Mauro (spero di non farti arrabbiare) e continua a seguirci, noi ci saremo.

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