Denuncia per 14 volte l’ex, oggi tentano di toglierle i figli per portarli in casa famiglia

Le operatrici del Centro antiviolenza di Roma: "'Ennesimo caso emblematico di rivittimizzazione secondaria all'interno dei tribunali"
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ROMA – “Perché se la devono prendere con me, solo perché ho denunciato le violenze? Questa è la mia punizione?”. Baba (il nome è di fantasia, ndr) piange inconsolabile. C’era anche lei sotto casa di sua zia, alle porte della Capitale, dove un gruppo di poliziotti dell’Ufficio Minori della Questura di Roma, accompagnati da due assistenti sociali, oggi pomeriggio ha tentato di convincere i suoi due figli, di poco più di dieci anni, a seguirli in casa famiglia, sulla base di un provvedimento del Tribunale civile che, dopo l’affido ai Servizi Sociali, ne ordina il collocamento extrafamiliare. “Non sono bastate le 14 denunce per violenza psicologica e fisica ai danni dell’ex marito sporte dal 2017 a oggi e ferme alla Procura di Roma, che configurano un possibile reato di maltrattamenti familiari- spiega all’agenzia Dire il legale penalista della donna- La Ctu (Consulente tecnico d’ufficio, ndr) ha completamente ignorato il quadro di violenza raccontato dalla signora e anche le dichiarazioni dei figli sono considerate esagerate, frutto di un malessere o di un’induzione da parte della madre. Tra l’altro, i minori sono stati ascoltati soltanto due volte via skype dalla Ctu, mai da un giudice, mentre gli assistenti sociali sono intervenuti su segnalazione del padre dopo la separazione dalla mia assistita”. Proprio nella relazione del Ctu si legge che per i figli di Baba esiste un non meglio specificato “grave e incombente rischio psicopatologico”, nonostante “la stessa Ctu dia atto che lei sia una mamma valida- osserva il legale- Una vera e propria diagnosi in questa relazione non c’è- dice- e tutto si basa sul fatto che i ragazzi non hanno voluto incontrare il padre“.

Da qui l’intervento di Servizi Sociali e Ctu per ripristinare gli incontri dei ragazzi con l’uomo “sulla base dell’indirizzo, sempre più spesso seguito nei casi di separazione dai tribunali civili, della bigenitorialità, che cozza però con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul nei casi di violenza di genere e intrafamiliare”, osservano Simona Ammerata e Chiara Franceschini, operatrici del centro antiviolenza della Capitale che segue la donna. “Lui mi minacciava che se avessi parlato e raccontato delle violenze mi avrebbe tolto i bambini– denuncia tra le lacrime Baba all’agenzia Dire- Gli assistenti sociali, non hanno mai dato veramente ascolto né a me né ai miei figli, mi dicevano sempre che dovevo far vedere a lui i bambini. Io non ho mai detto che non doveva vederli, anche se ero preoccupata”. Non sono pochi, infatti, i vissuti di violenza diretta anche sui minori denunciati dalla donna. “Un giorno li ha portati con forza in macchina, loro non volevano andare e si sono buttati fuori dall’auto- racconta- Li ha picchiati e sbattuti al muro, io mi sono affacciata quando ho sentito le loro urla e gli ho chiesto cosa stava facendo, lui mi ha dato un pugno. A quel punto ho chiamato la Polizia ed è venuta l’ambulanza”. Episodi ancora al vaglio degli investigatori con il penale fermo in Procura, mentre il Civile però è andato avanti. “È una situazione molto complicata, con un lungo percorso civile culminato stamattina in un incontro tra me, la mia assistita, gli assistenti sociali e i poliziotti dell’Ufficio Minori- racconta il legale di Baba- Hanno tentato in tutti i modi di convincerla, da stamattina è contornata da dieci-dodici persone, anche se nessuno ha usato metodi violenti. A metà di questo incontro- fa sapere il penalista- alcuni agenti sono scomparsi e sono andati con la Polizia municipale sotto casa di una parente di Baba per cercare di convincere i bambini ad andare con loro. Ci hanno fatto capire che con le buone o le cattive avrebbero dato esecuzione al provvedimento: il rischio è quello di un prelevamento coatto dei ragazzi”.

Nessuno tiene in considerazione le mie denunce, i miei figli hanno sempre chiesto di essere ascoltati, ma nessun giudice l’ha fatto– ripete Baba- attraverso la porta hanno detto che non vogliono andare in casa famiglia. E anche io non voglio”. “Questo è l’ennesimo caso emblematico di rivittimizzazione secondaria all’interno dei tribunali, che ci mostra chiaramente due aspetti- sottolineano Ammerata e Franceschini- Il primo è che spesso e volentieri le donne, anche laddove decidono di denunciare e intraprendere percorsi giudiziari, non vengono mai credute fino in fondo e vengono sempre messe sotto la lente di ingrandimento, indagate e giudicate. Il secondo è che questa rivittimizzazione secondaria esprime un dato preoccupante: che i tribunali antepongono la salvaguardia della bigenitorialità a tutti i costi, anche nei casi di violenza domestica perpretrata dai padri che, come in questo caso, la agiscono su mogli e figli. Ma la salvaguardia della bigenitorialità a livello formale- osservano- è un danno ancora più grosso nei confronti dei minori”.

Secondo le operatrici, “vengono sempre messi in secondo piano la violenza e i percorsi di autodeterminazione delle donne che decidono di venirne fuori. Abbiamo coinvolto la Commissione di inchiesta sul femminicidio del Senato- fanno sapere- perché vogliamo far emergere quanto l’impreparazione, la mancanza di formazione e di postura di tribunali, servizi sociali, e di tutto il personale coinvolto nei casi civili di affido dei minori porti a una condizione in cui la violenza di genere diventa anche violenza istituzionale, che si aggiunge a quella vissuta tra le mura domestiche. Questo aspetto drammatico deve emergere, altrimenti le donne continueranno a subire violenza troppe volte”. “Alla fine sono andati via con un verbale negativo, dicendo che la mancata collaborazione sarà valutata dal giudice– conclude il legale- Domani faremo un incontro collettivo al centro antiviolenza per capire come agire. Il rischio è di una probabile reazione ancora più forte da parte del tribunale”.

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