Coronavirus in Siria, 200 mila profughi di Afrin all’Oms: ‘Aiutateci, rischio catastrofe umanitaria’

Nell'area è presente una sola struttura male attrezzata, l'appello alla comunità internazionale
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ROMA – “Nell’area settentrionale di Shehba, nella regione siriana di Afrin, la situazione e’ drammatica. Qui risiedono oltre 200mila sfollati dell’attacco turco dell’autunno scorso. Non ci sono ancora casi confermati di Coronavirus, ma se l’epidemia arrivasse, rischierebbe di innescare una catastrofe umanitaria. Per questo le persone hanno deciso di lanciare un appello all’Onu: non vogliono essere dimenticate”. Cosi’ denuncia all’agenzia Dire Rossella Assanti, freelance e attivista per i diritti umani di 28 anni, da cinque impegnata nella Siria nord-orientale e nei campi profughi Yezidi nel Kurdistan Iracheno.

Come riferisce Assanti, nel cantone di Shehba “i medici sono molto preoccupati, poiche’ pienamente consapevoli della carenza di personale preparato per affrontare una epidemia, nonche’ di presidi, strutture o tamponi per il Covid-19“.

La giornalista ricorda che nell’area “c’e’ un solo ospedale operativo, che non e’ che un vecchio edificio dove le stanze sono state adibite a laboratorio analisi, sala operatoria, una piccola camera di terapia intensiva e un luogo per accogliere donne in gravidanza”.

Per questo Assanti sta aiutando i profughi a diffondere una lettera inviata all’Organizzazione mondiale della sanita’ per chiedere di “non essere dimenticati”. L’Agenzia Onu, cosi’ come fa con ogni altro Paese, in vista dell’emergenza Covid-19 ha avviato una collaborazione con il ministero della Salute siriano per integrare la sua capacita’ e preparazione ai rischi dovuti all’epidemia.

L’attivista cita l’ultimo rapporto dell’Oms secondo cui “centri di isolamento per ora sono confermati in sei aree – Damasco, Aleppo, Deir Al-Zor, Homs, Latakia e Qamishli – mentre un centro specializzato nel trattamento dei casi di Coronavirus e’ in fase di allestimento fuori Damasco”.

Nulla di specifico e’ stato previsto pero’ per l’area di Shehba, sebbene il contagio nei campi potrebbe essere rapido: i rifugiati, nel loro appello all’Agenzia Onu, ricordano lo stato di sovraffollamento dei campi, la precarieta’ della vita in tenda, la malnutrizione e le malattie ma, soprattutto, la carenza di strutture sanitarie adeguate a fronteggiare il nuovo morbo.

“Cio’ che conta in questa fase difficile- concludono i profughi nella missiva- e’ la solidarieta’ e la cooperazione di tutto il mondo per resistere a questo virus senza discriminazioni“.

Al momento nei campi profughi, conclude Rossella Assanti, “sono state assunte misure preventive seguendo le direttive dell’Oms: le riunioni sono state sospese, le scuole chiuse e dei fascicoli informativi vengono distribuiti alle famiglie. Questo e’ tutto cio’ che, ad oggi, questa gente puo’ fare per proteggersi dal coronavirus”.

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27 Marzo 2020
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