VIDEO | Brasile, gli attivisti in allerta dopo Brumadinho: “45 dighe a rischio crollo”

L'appello del Movimento dos Atingidos por Baragens (Mab), che da 30 anni si batte per i diritti di chi è rimasto coinvolto in una tragedia legata alle dighe. La denuncia: "Settore estrattivo e governo sono alleati"
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ROMA – “Nel disastro della diga di Brumadinho 300 persone sono rimaste uccise e oltre 14 milioni stanno soffrendo gli effetti negativi dell’acqua contaminata. E in Brasile ci sono altre 45 dighe che stanno per cedere. Dal momento che il governo non sta facendo nulla, siamo venuti in Europa per denunciare alle Nazioni Unite, alle istituzioni europee e alla società civile i crimini commessi dall’azienda Vale, affinché ci aiutiate a cambiare la situazione”. E’ l’appello affidato alla ‘Dire’ da Letizia Oliveira, attivista del Movimento dos Atingidos por Baragens (Mab), che da quasi 30 anni si batte per i diritti di chi rimane coinvolto nei crolli delle dighe.

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Un problema grave, come ha confermato un report del 2017 realizzato dall’Agenzia brasiliana per le acque. Lo studio, il primo nel suo genere, ha rivelato che nel Paese sono 24mila le dighe totali – 10mila in più rispetto a quelle regolarmente registrate – di cui solo 4.500 vengono regolarmente monitorate. I rilievi tecnici acquisiti dall’Agenzia dimostrano inoltre che ben 45 sono a rischio crollo.

“Non chiamateli disastri o incidenti”

Non chiamateli ‘disastri’ o ‘incidenti‘. Si tratta di crimini veri e propri, perché tutti sanno che quelle dighe sono a rischio ma nessuno – né le imprese private né le autorità – fanno nulla per evitare il peggio” dice Moises Borghes, che è in Europa con Letizia per una serie di incontri, per sensibilizzare sul problema.

“Le due dighe che hanno ceduto nello Stato di Minas Gerais non erano neanche parte di quelle 45 a rischio imminente” aggiunge Borghes, secondo il quale “milioni di persone potrebbero perdere tutto da un giorno all’altro”. Sia Borghes che Oliveira sono vittime di catastrofi legate alle dighe.

A Brumadihno a fine gennaio 300 vittime e acque e terreni contaminati

L’ultima tragedia, in ordine di tempo, quella che ha colpito il 25 gennaio la cittadina di Brumadinho, 40mila abitanti circa: il cedimento del bacino che conteneva gli scarti della miniera di ferro Corrego do Feijao – di proprietà della brasiliana Vale S.A. – ha causato non solo centinaia di vittime, ma anche una colata di 13 milioni di metri cubi di acqua e fango tossico che ha compromesso i letti dei fiumi Paraopeba e Sao Francisco e lasciato senza casa 24mila persone. Inoltre, per chilometri e chilometri, terreni e falde acquifere sono state contaminate dai metalli pesanti contenuti nel fango.

“Nell’acqua e nella terra sono finiti, oltre al ferro, mercurio, piombo, arsenio… e la Vale non ha ancora risarcito quelle comunità” dice Borghes. L’attivista ricorda che il 20 febbraio l’azienda brasiliana ha siglato un accordo con il quale si impegnava a versare compensi alle famiglie colpite. “Non solo non ha ancora pagato un soldo, ma ha lasciato quella gente da sola. Distribuisce solo acqua in bottiglie di plastica: come si possono irrigare i campi, abbeverare gli animali o svolgere le normali attività quotidiane ed economiche senza acqua potabile? Quella gente non ha idea di come sarà il suo futuro“.

Le autorità presenti solo nell’emergenza

Come se non bastasse, molte strade risultano ancora bloccate dal fango, pertanto intere comunità sono isolate o separate. “Le autorità sono intervenute solo nella prima fase dell’emergenza, per recuperare i corpi e salvare i dispersi” denunciano gli attivisti. Che nei giorni scorsi hanno portato il loro appello a Ginevra, all’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. “Noi aderiamo alla campagna delle Nazioni Unite per un trattato internazionale che vincoli le aziende private a rispettare i diritti umani” dice Oliveira, convinta che per il Brasile questo sarebbe un passo fondamentale: “Ormai si è cementata un’alleanza tra il settore estrattivo e il governo, che favorisce corruzione e impunità”.

A dimostrazione di ciò, Oliveria ricorda che la Vale sarebbe responsabile anche di un altro cedimento, quello della diga nei pressi di Mariana, nel 2015, sempre nello Stato di Minas Gerais. “Al processo penale i giudici stanno ascoltando 500 testimoni per la difesa e solo 12 per l’accusa” denuncia Oliveira. “Michelle Bachelet ha ascoltato la nostra denuncia. Il suo prossimo passo sarà consultare il governo brasiliano per capire se e come intende affrontare il problema. Dopodiché saranno valutate delle azioni”.

Il caso dell’attivista ucciso venerdì

Durante l’intervista si discute anche dell’uccisione di un membro del Mab, Dilma Ferreira Silva, coordinatrice regionale di Tucuruì, nello Stato di Parà. Venerdì, uomini armati hanno aperto il fuoco contro la donna, suo marito e una terza persona. uccidendoli sul colpo. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha chiesto in una nota un’indagine “esauriente, indipendente e imparziale per identificare i responsabili di questo omicidio”. Secondo Borghes, “sempre più spesso sono proprio le donne che si battono per i diritti ambientali ad essere assassinate, come Marielle Franco“. L’attivista aggiunge: “E’ una cosa che ci preoccupa, e che vediamo è peggiorata con la salita al potere del presidente Jair Bolsonaro, che sta facendo una campagna d’odio contro chi difende l’ambiente. Spesso a uccidere sono persone comuni, suoi elettori. Ma questo non ci ferma dal continuare la nostra lotta per cambiare le cose”.

Il Movimento dos Atingidos por Baragens svolge una duplice attività: da un lato, sostiene le vittime dei crimini delle aziende minerarie, facendo pressione affinché siano rispettati i loro diritti e ottengano risarcimenti; da un altro, in rete con decine di associazioni, lavora alla costruzione di un nuovo “progetto energetico popolare“. Secondo Borghes e Oliveira, “l’energia e le risorse non sono una merce, ma servono a rispondere ai bisogni delle persone”.

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27 Marzo 2019
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