sabato 14 Marzo 2026

L’1 marzo al Beatles Museum Club una giornata dedicata a George Harrison

Anima della manifestazione è Rolando Giambelli, collezionista e cultore musicale

ROMA – Ragazzone timido e tranquillo, George Harrison è stato fino a un certo punto un puro comprimario in quella leggendaria storia musicale che i Beatles stavano scrivendo agli inizi degli anni ‘60 grazie alla qualità creativa ed all’esuberanza di Paul MacCartney e John Lennon. Poi Harrison è “sbocciato” ed ha scritto alcune tra le più grandi canzoni dalla formazione di Liverpool: While My Guitar Gently Weeps, Something, Here Comes the Sun. In questi giorni il cantante e chitarrista scomparso nel 2001, avrebbe compiuto 83 anni ed a Brescia, dove dal ‘92 vive ed opera l’associazione Beatlesiani d’Italia si terrà il 1 marzo – presso il Beatles Museum Club – una giornata di musica, dialoghi, mostre e approfondimenti dedicati ad Harrison. Anima di questa (e tante altre manifestazioni in Italia ed Europa) è Rolando Giambelli, collezionista e cultore musicale, che insieme alla moglie Alice è la colonna portante della cultura beatlesiana nel nostro Paese.

Perché questa “giornata fiume” di celebrazioni dedicate a George Harrison?

GIAMBELLI – Sarà il 22° Concerto da noi promosso in memoria di George Harrison, che proponiamo a 83 anni dalla nascita di questo grande artista, cantante e chitarrista solista dei Beatles. Sarà un tributo proposto da parte di musicisti provenienti da tutta Italia e dalla Svizzera. L’abbiamo intitolato All thing must pass. Concert For George, anche seguendo la falsariga del mirabile esempio del Concert for Bangladesh, il grande show proposto nel 1971 con uno specifico scopo umanitario, visto che le popolazioni di quelle terre asiatiche erano state sconvolte da cicloni e da guerre civili.

Cosa avete previsto nella scaletta della serata?

GIAMBELLI – Sarà una giornata intensa che dalle 16,30 alle 24 prevede vari artisti alternarsi sul palco del Museum Club: si esibiranno in varie formazioni, solisti, in duo, trio e in classici quartetti alla Fab Four. Ognuno di loro interpreterà brani di George Harrison e dei Beatles, chi cercando di rimanere fedele all’originale, chi interpretando. Inoltre ci saranno presentazioni di libri e due conduttori che durante i cambi palco racconteranno aneddoti sulla storia della band e di Harrison.

Possiamo cercare di capire cosa ha distinto George dagli altri Beatles?

GIAMBELLI – George Harrison era lo “spirito inquieto” dei quattro musicisti di Liverpool. Mescolando vari generi musicali ha saputo creare uno stile chitarristico unico, ed ha poi trasmesso ai Beatles la passione per l’India introducendo in alcuni brani l’uso del sitar. A questo riguardo devo dire che durante tutta la giornata dedicata a lui, abbiamo allestito una mostra fotografica che racconta il coinvolgimento “indiano” di George Harrison, che le tante contaminazioni umane, artistiche e culturali che lui ebbe dopo il viaggio con i Fab Four a Rishikesh in India nel 1968. Le foto proposte nell’esposizione sono quelle realizzate dal gruppo BeatlesIndia – che lavora in seno ai Beatlesiani d’Italia – durante il loro viaggio in India sulle orme dei Fab Four.


Che ruolo, che spessore, che fisionomia artistica ed umana ha Harrison nella storia della musica rock?

GIAMBELLI – Oltre ad aver composto alcune delle più belle canzoni dei Beatles, George è stato tra i primissimi ad andare in fondo ad una sua personalissima ricerca spirituale, componendo anche da solista brani introspettivi influenzato dalla filosofia indiana. Nella storia del Rock fu tra gli organizzatori del Concert for Bangladesh, il primo grande evento benefico nella storia della musica. Direi che sono caratteristiche che lo rendono evidentemente unico.

Ma oggi c’è ancora attenzione verso i Beatles nel nostro Paese? E chi sono e quanti sono oggi i Beatlesiani d’Italia?

GIAMBELLI – Dico subito che i beatlesiani iscritti all’Associazione sono circa 2000, ma il gruppo di Facebook conta oltre 15.000 iscritti. Sono appassionati di tutte le età, italiani ma anche stranieri, da quelli che li hanno sentiti dal vivo negli anni 60, ai collezionisti, ai musicisti e anche ai giovani che dopo averli ascoltati se ne sono innamorati. Questa è la fascia più robusta di appassionati. E sono quelli che mantengono più viva l’attenzione verso la band.

I Beatles hanno ancora oggi una presa sui giovani e sui loro gusti?

GIAMBELLI – I Beatles si sono sciolti nei primissimi anni Settanta, eppure noi continuiamo a percepire che i fans più accesi sono proprio i ragazzi. Mentre noi, anzianotti senza capelli o con i capelli grigi, cantiamo le canzoni nelle nostre serate e reunion, i ragazzini e le ragazzine sotto la palco cantano i pezzi che noi facevamo già quarant’anni fa e li sanno a memoria. Significa che con i Beatles riusciamo a tenere insieme, nel nome della musica tre generazioni.

Ma nell’epoca di Spotify e degli ascolti superveloci che fine farebbero i Beatles? Brani come Let it Be, Yesterday o While My Guitar Gently Weeps sarebbero ancora dei successi?

GIAMBELLI – Ci sono musiche e musiche. Ci sono canzoni che quando le risenti oggi non dicono più niente. La magia della band di Liverpool, invece, è questa: tu puoi sentire le loro musiche, e non sembrano mai vecchie, gli ritrovi dentro la magia. Succede con Bach ed accade anche con i Fab Four. Faccio un esempio: ho sentito, rielaborata per orchestra, la musica dei Beatles ed è bellissima: immagina cosa diventa Michelle trasformata in una sinfonia. Ecco: quando canti una canzone dei Beatles, canti una sinfonia. Per questo non invecchia.

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