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La gonna indumento genderless, una storia antica quanto il mondo

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Nelle scuole d'Europa diventa simbolo della lotta alla mascolinità tossica
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ROMA – Gli uomini e le donne delle popolazioni mesopotamiche la chiamavano kaunakè e la consideravano un capo adatto a entrambi i generi. Gli antichi Egizi, sia maschi che femmine di qualsiasi ceto sociale fino ai faraoni, indossavano il pano. I Greci e i Romani vestivano in modo simile, che fossero uomini o donne, con il peplo e la tunica. Solo intorno alll’epoca Rinascimentale l’abbigliamento maschile e quello femminile iniziano a differenziarsi e la gonna diventa un capo riservato alle donne anche se, periodicamente nel corso dei secoli successivi e fino ai giorni nostri, continuerà le sue incursioni nel guardaroba maschile.

La ritroviamo infatti alla corte del Re Sole, la indossava Filippo I di Borbone e, alla fine dell’800, Giorgio V si presentò a una importante premiazione a Vienna con camicia, papillon e giacca smoking abbinati a una gonna a pieghe lunga fino ai piedi. Negli anni più recenti, per la moda maschile, l’hanno proposta Jean Paul Gautier, Yohji Yamamoto, Comme des Garçons. Per non parlare del kilt scozzese e degli abiti talari. La storia del costume ci parla dunque della gonna come di un capo di abbigliamento comodo, forse il primo che sia stato inventato per coprire il corpo, concepito come unisex, usando un termine che oggi è stato soppiantato da ‘genderless’. Eppure gli uomini che indossano la gonna suscitano meraviglia, stupore, a volte anche sdegno. Fiumi di inchiostro sono stati scritti su Mark Bryan, l’ingegnere statunitense che vive e lavora in Germania e tutti i giorni esce per andare a lavorare con giacca, cravatta, gonna e tacchi vertiginosi. Alcuni anni fa, nel nostro Paese, suscitò molto scalpore, forse più di qualche battuta, la storia di Stefano Ferri, manager, sposato con prole, che si veste da donna, pur avendo ben chiaro il proprio orientamento eterosessuale.

Secondo Stefano Dominella, presidente della sezione Moda e design di Unindustria, la gonna come capo di abbigliamento per l’uomo torna in auge quando, come in questo momento storico, “la moda attraversa momenti di confusione, periodi di bassa creatività nelle proposte. La gonna ritrova così la sua valenza provocatoria. Ormai- prosegue Dominella- abbiamo stabilito che l’informale fa parte del nostro abbigliamento quotidiano, anche nelle fasce medio borghesi. Il passo successivo è creare e trovare nuovi stimoli. Sicuramente i giovani sono portatori di ricerca e novità ed ecco la provocazione della gonna indossata anche dai maschi. Anche la fluidità di genere, questa apertura massima rispetto all’appartenenza alle categorie maschio-femmina ha contribuito e sta contribuendo a sdoganare la gonna. Basta guardare i Maneskin”.

Non si può negare, tuttavia, che il costume è fatto di consuetudini, di tradizioni e che proprio il costume influenzi anche le relazioni sociali. “Se riusciamo a guardare un uomo con la gonna senza i filtri delle consuetudini borghesi e dell’abitudine- sostiene il presidente di Gattinoni- arriviamo persino a notare l’aspetto sexy e intrigante di questa immagine. Un uomo con la gonna, se ha un aspetto virile e atteggiamenti non ambigui, riesce sicuramente a stuzzicare la fantasia di una donna”.

La pensa così anche Rosa Maria Spina, psicologa e sessuologa, secondo la quale “la gonna come capo di abbigliamento per gli uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, non viene già più vista come qualcosa che disturba la relazione, che impedisce di comprendere l’orientamento sessuale di una persona, in questo caso di un maschio. Ragazze e ragazzi hanno un abbigliamento molto meno definito di un tempo, tanto che i ragazzi mettono lo smalto e l’eyeliner. I ragazzi in modo particolare aderiscono a determinati modelli, ma in maniera dinamica: oggi mi sento in un modo e indosso i pantaloni, domani ne ho voglia e indosso la gonna. Ricordiamo- tiene a sottolineare la sessuologa- che quando Coco Chanel lanciò i pantaloni per le donne fu uno scandalo. Oggi non c’è alcun dubbio che una donna con i pantaloni sia altrettanto sexy che con la gonna”.

Da cosa nasce, allora, la difficoltà ad accettare una scelta di stile come la gonna per gli uomini? “Partiamo dal presupposto che tutti noi nasciamo con un sesso biologico, maschio o femmina- spiega Spina- E in passato questa differenza era fortemente categorizzata, per i maschi si usavano colori come il blu e il celeste e si riteneva opportuno che giocassero con le macchinine, per le femmine si usava il rosa e le si invogliava a giocare con le bambole. Quando c’era confusione riguardo a questi ruoli e gusti si pensava ci fosse qualcosa che non andava. Oggi invece questa categorizzazione non è più così rigida e l’appartenenza al sesso biologico non viene più rappresentata dall’utilizzo di determinati colori nell’abbigliamento o dall’utilizzo di certi giocattoli da parte dei bambini o dalla scelta di un capo di abbigliamento come la gonna. Questo perché la fluidità di genere porta a non dare per scontato che si debba aderire esclusivamente ed inevitabilmente al proprio sesso biologico. È un adeguamento sociale al fatto che questa categorizzazione non esiste più. Un adattamento che risulta più difficile alle generazioni precedenti le quali erano anche abituate all’appartenenza al gruppo. A volte- aggiunge la psicologa- appartenere a una categoria o un gruppo ci fa sentire più sicuri, di aver trovato il nostro posto nel mondo, anche rispetto ai comportamenti da adottare. Per lungo tempo il gruppo è stato fonte di rassicurazione, ma inteso come in passato il gruppo non esiste più”, conclude. L’apertura dei giovani rispetto all’appartenenza di genere e alla categorizzazioni nette ha portato alla nascita di un movimento, iniziato nelle scuole di Spagna e Scozia, di protesta contro la sessualizzazione del corpo femminile e contro la mascolinità tossica. Docenti e studenti, di sesso maschile, hanno così iniziato a indossare la gonna in classe. È di queste settimane, la notizia che l’iniziativa è arrivata anche in Italia con l’adesione di un gruppo di studenti del liceo Zucchi di Monza che per l’occasione hanno creato anche l’hashtag #zucchingonna e un profilo social con lo stesso nome.

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