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La violenza contro le donne si combatte con le condanne in Tribunale. La cultura lascia morti per strada

La giustizia non cancella il dolore, non restituisce le donne ammazzate. Ma dà la misura del reale. Rende quel male visibile a tutti
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ROMA – Il viso di una dea riaffiora sotto le garze e il sangue dell’acido che ha divorato pelle e lineamenti. Si sente battere e pulsare il dolore di quella carne viva. Ma lì c’ è un prodigio. E’ Jessica Notaro, un’artista, una donna forte e intelligente, un corpo monumentale, un volto risorto, anche se ancora ferito, dopo l’aggressione con l’acido da parte del suo ex, Edson Tavares. Dedicato al 25 novembre ha deciso di girare quel video rimasto fermo nei giorni dell’aggressione e di farlo mostrando tutto il calvario, mentre canta ‘Gracias a La Vida’. Come si può dire grazie alla vita dopo un male così grande? La resistenza. Ma anche la giustizia. L’ uomo è stato condannato dalla Corte di appello a 15 anni, cinque mesi e 20 giorni per l’aggressione del 10 gennaio 2017 e per lo stalking.
La giustizia non cancella il dolore, non restituisce le donne ammazzate, non rimette a posto il volto di Jessica. Ma dà la misura del reale. Rende quel male visibile a tutti, intellegibile. Se in Tribunale, come accade spesso, le condanne per femminicidio sono ridicole, il dolore di quelle donne e di chi hanno lasciato diventa un dramma solo privato, un danno quasi sentimentale, un fatto di casa. E invece no. Quel male è un fatto pubblico, il volto di Jessica lo è. Stereotipi, cultura, trasformazioni, lezioni sono tutte cose utili. Serviranno prima o poi. Solo che non c’è tempo per il poi. E oggi servono condanne severe, giuste, anni, ergastoli, perdita di responsabilità genitoriale e tutto il corollario. Senza raptus, attenuanti, e magari senza striscianti encomi per le lauree che prendono in carcere.

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