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Namibia, i file ‘pesce marcio’ scuotono Windhoek e pure l’Islanda

Dimissioni a catena, e a Rejkyavik protesta il partito dei pirati
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ROMA – Li chiamano “file pesce marcio”. E che non si tratti solo di pregiati sugarelli ma di tangenti milionarie lo hanno confermato dimissioni a catena dalla Namibia fino all’insospettabile Islanda.

Le accuse, partite da documenti diffusi da Wikileaks, riguardano l’equivalente di un miliardo di corone che sarebbero state versate tra il 2011 e il 2018 per corrompere ministri africani e garantirsi gli stock ittici necessari per realizzare profitti da capogiro, almeno 60 milioni di dollari finiti nel paradiso fiscale delle Marshall.

Lo scandalo ha scosso la South West African People’s Organisation (Swapo), il partito che governa la Namibia dalla fine dell’apartheid e dalla conquista dell’indipendenza nel 1990, alla vigilia dalle elezioni presidenziali di mercoledi’. Il ministro della Pesca Bernhard Esau e quello della Giustizia Sacky Shanghala sono stati costretti a dimettersi dopo essere stati accusati di aver intascato tangenti da Samherij, colosso islandese della pesca a strascico con un fatturato annuo di oltre 700 milioni di dollari e clienti come i supermercati Marks and Spencer, Carrefour, Tesco e Sainsbury’s.

Stando all’inchiesta, pubblicata a Rejkyavik dall’emittente Ruv e dalla rivista Stundin a partire dai documenti svelati da Wikileaks, per favorire il gruppo nordeuropeo i dirigenti namibiani avrebbero anche stretto accordi con la vicina Angola. Nel solo 2012, circa 10 milioni di dollari sarebbero stati versati a imprese legate a Shanghala.

A Windhoek le accuse hanno messo in imbarazzo anche il presidente Hage Geingob, 78 anni, primo ministro per 14, eletto capo dello Stato nel 2014 e ora in cerca di una conferma. Improbabile che il voto rovesci il tavolo, ma secondo il quotidiano The Namibian c’e’ sconcerto anche nelle file del partito.

La bufera, poi, ha investito la terra dei geyser. Dopo le dimissioni dei manager di Samherji, il Partito dei pirati ha proclamato la “morte del mito dell’innocenza islandese”. E l’inchiesta ha colpito pure la Norvegia: alle Marshall i milioni sarebbero arrivati attraverso la Dnb, banca nazionale partecipata dallo Stato.

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