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Onu: “Gli impegni presi per il clima non bastano, così +2,7 gradi in questo secolo”

Tagliano le emissioni solo del 7,5% al 2030, servirebbe invece il -55%
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ROMA – Gli ultimi, e aggiornati, Nationally Determined Contributions (NDCs), gli impegni assunti dai governi nell’ambito dell’Accordo di Parigi per fronteggiare la crisi climatica “riducono solo del 7,5% le emissioni previste per il 2030” mentre per rimanere entro un aumento della temperatura media globale di +1,5 gradi servirebbe “il 55%” di riduzione. In altri termini “le più recenti promesse sul clima per il 2030 mettono il mondo sulla buona strada per un aumento della temperatura in questo secolo di almeno +2,7 gradi”, e non entro +2 gradi tenendo a +1,5 come era nelle intenzioni. Si potrebbe ottenere una riduzione di mezzo grado “se queste promesse fossero rese solide e se le promesse per il 2030 fossero rese coerenti con gli impegni per uno zero netto” delle emissioni. Così il 12mo UNEP Emissions Gap Report, il rapporto sul divario tra emissioni attuali e quelle necessarie a sfuggire all’emergenza climatica dell’agenzia ambientale delle Nazioni unite (United Nations Environment Programme). I contributi determinati a livello nazionale (NDC) – e altri impegni presi per il 2030 ma non ancora presentati dagli stati in un NDC aggiornato – tolgono solo un ulteriore 7,5% dalle emissioni annuali di gas serra previste nel 2030, rispetto al precedente ciclo di impegni, segnala l’Unep. Sono però necessarie riduzioni del 30% per rimanere sulla strada per un limite a +2 gradi e del 55% per un limite a +1,5 gradi.

Se gli impegni presi dagli stati con gli NDC venissero pienamente attuati, potrebbero portare a un aumento della temperatura media globale da +2,2 gradi, “fornendo la speranza che ulteriori azioni possano ancora prevenire gli impatti più catastrofici del cambiamento climatico”, segnala il 12mo UNEP Emissions Gap Report dell’agenzia ambientale delle Nazioni unite, ma “gli impegni per emissioni nette zero sono ancora vaghi, in molti casi incompleti e incoerenti con la maggior parte degli NDC assunti per il 2030”. In tutto ciò “il cambiamento climatico non è più un problema futuro. È un problema del presente”, avverte Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP, “per avere una possibilità di limitare il riscaldamento globale a +1,5 gradi abbiamo otto anni per quasi dimezzare le emissioni di gas serra, otto anni per stilare i piani, mettere in atto le politiche, implementarle e infine realizzare i tagli. L’orologio sta rumorosamente ticchettando”. Al 30 settembre scorso, ricorda l’Unep, 120 paesi, che rappresentano poco più della metà delle emissioni globali di gas serra, avevano comunicato NDC nuovi o aggiornati. Inoltre, tre membri del G20 hanno annunciato altri nuovi impegni di mitigazione per il 2030.

Per avere qualche possibilità di limitare il riscaldamento globale a +1,5 gradi, “il mondo ha otto anni per ridurre le emissioni annuali di ulteriori 28 Gigatonnellate (miliardi di tonnellate, ndr) di CO2 equivalente (GtCO2e), oltre a quanto promesso negli NDC aggiornati e negli altri impegni assunti per il 2030″, da qui a otto anni, appunto. Ciò detto, “si prevede che le sole emissioni di anidride carbonica raggiungano le 33 Gigatonnellate nel 2021”. Se si tiene conto di tutti gli altri gas serra, “le emissioni annuali si avvicinano a 60 GtCO2e”. Quindi, per avere la possibilità di raggiungere l’obiettivo di stare entro +1,5 gradi” dobbiamo quasi dimezzare le emissioni di gas serra”. Per l’obiettivo dei +2 gradi, il fabbisogno aggiuntivo è inferiore: “un calo delle emissioni annue di 13 GtCO2e entro il 2030”.

“Come chiarisce questo rapporto, se i paesi manterranno i loro NDC al 2030 e gli impegni su emissioni nette zero annunciati entro la fine di settembre, ci dirigeremo verso aumenti della temperatura globale media di poco sopra i +2 gradi- commenta Alok Sharma, presidente della prossima COP26- secondo altre analisi gli impegni presi a Parigi avrebbero limitato l’aumento della temperatura al di sotto dei +4 gradi”. Quindi “ci sono stati progressi, ma non sono abbastanza”, aggiunge Sharma, “questo è il motivo per cui abbiamo particolarmente bisogno che i maggiori responsabili delle emissioni, le nazioni del G20, si facciano avanti con impegni più forti per il 2030 se vogliamo mantenere il limite a +1,5 gradi a portata di mano in questo decennio critico”. Gli impegni per emissioni nette zero – e la loro effettiva esecuzione – “potrebbero fare una grande differenza”, secondo gli autori del rapporto UNEP, “ma i piani attuali sono vaghi e non si riflettono negli NDC”. A oggi 49 paesi più l’UE si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo zero, “questo copre oltre la metà delle emissioni nazionali globali di gas serra, oltre la metà del PIL e un terzo della popolazione mondiale”. Undici obiettivi sono sanciti dalla legge, coprendo il 12% delle emissioni globali. “Se resi robusti e implementati pienamente”, gli obiettivi per emissioni nette zero “potrebbero ridurre di ulteriori 0,5 gradi il riscaldamento globale, portando l’aumento previsto della temperatura fino a +2,2 gradi”. Tuttavia, “molti dei piani nazionali per il clima ritardano l’azione fino a dopo il 2030, susciatando dubbi sulla possibilità di mantenere gli impegni per emissioni nette zero”. Dodici membri del G20 si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo emissioni nette zero, “ma sono ancora molto ambigui”. È inoltre necessario anticipare l’azione per renderla in linea con gli obiettivi al 2030.

“Il mondo deve rendersi conto del pericolo imminente che affrontiamo come specie”, avverte Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP, “le nazioni devono mettere in atto le politiche per onorare i loro nuovi impegni e iniziare ad attuarle entro pochi mesi. Devono rendere più concreti i loro impegni per emissioni nette zero, assicurando che questi siano inclusi negli NDC e anticipando le azioni. Devono quindi mettere in atto le politiche necessarie per sostenere questa ambizione accersciuta e, ancora una volta, iniziare ad attuarle con urgenza”. È anche “essenziale. prosegue Andersen- fornire supporto finanziario e tecnologico alle nazioni in via di sviluppo, in modo che possano adattarsi già ora agli impatti del cambiamento climatico e intraprendere un percorso di crescita a basse emissioni”. 

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