La cultura dell’odio non si ferma neppure davanti al dolore

di Vanna Iori, pedagogista e senatrice Pd
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Nel nostro Paese si sta facendo largo, nell’indifferenza generale, una pericolosa cultura dell’odio che trova il suo sbocco principale sui social network. Si tratta di una vera e propria ondata di violenza verbale che si scatena contro chiunque la pensi diversamente o sostenga tesi che non si condividono. In questo caso, molti utenti/cittadini si sentono autorizzati a minacciare, denigrare, tormentare e insultare chi è destinatario della loro rabbia: vince chi grida più forte e chi pronuncia la volgarità più disgustosa. Non esiste mediazione, non esiste censura. Come se il web, per sua definizione, dovesse rimanere “libero” e disintermediato di fronte a qualsiasi atteggiamento. Una ridda di voci che non è possibile regolamentare nonostante, ormai, rappresenti il luogo privilegiato dell’espressione collettiva.

Un aspetto particolarmente grave di questo fenomeno è rappresentato dall’aumento dell’odio nei confronti delle donne che sono le vittime preferite degli haters che qualcuno, a mio avviso troppo benevolmente, definisce leoni da tastiera. Questa tendenza è stata certificata dalla “Mappa dell’odio”, uno studio pubblicato l’estate scorsa, da Vox-Osservatorio Italiano sui Diritti, che ha certificato come i tweet misogini ad alto tasso di aggressività sono aumentati dell’1,7% rispetto al 2018.

Più in generale, i gruppi presi di mira sono le donne, i migranti, gli omosessuali, le persone con disabilità, gli ebrei e i musulmani. Gli odiatori seriali se la prendono con chi ritengono -a torto- indigesta minoranza. Le donne, soprattutto se esprimono un pensiero e hanno successo, devono essere colpite e mortificate.

E così  al capitano della nazionale femminile, Sara Gama, si fa una colpa del colore della sua pelle che le impedirebbe di essere definita italiana. Molte donne impegnate  in politica subiscono attacchi violenti sessisti ogni giorno. Ma l’apice della cattiveria disumana si è manifestato contro Emma Marrone, malata di tumore, arrivando ad augurarle la morte perché ha osato contestare Salvini. L’odio non si ferma neppure dove la pietà umana dovrebbe portare silenzio.

Ecco, tutto questo accade nell’indifferenza dei rappresentanti stessi della politica che, invece, di dissociarsi da questa gogna raccapricciante, tende in diversi casi ad incitare questi comportamenti. Come definire altrimenti, interi post del leader della Lega che mettono alla berlina donne più o meno famose, consentendo che nei commenti si scateni un’ondata di commenti sessisti e violenti? Gli odiatori se la prendono spesso con i corpi delle donne, disprezzati nella sessualità e nel genere, umiliati, a tratti violati con parole che sempre più spesso diventano fatti. Basta vedere il numero crescente di episodi di violenza che si scatenano contro le donne.

Trovo abominevole che chi ha responsabilità politiche, parlando a milioni di cittadini e rappresentando, per molti di loro, un esempio, accetti e assecondi questa deriva. In altre parole, consenta ai suoi seguaci di utilizzare questa cifra comunicativa, alimentando all’infinito il circuito dell’odio. Quali armi hanno le istituzioni democratiche per contrastare questo fenomeno che degenera: educazione e formazione degli utenti/cittadini innanzitutto, utilizzo della tecnologia per mappare e bloccare i contenuti d’odio in maniera automatica e predisposizione di strumenti giuridici che, non intaccando il diritto di libertà di espressione, limiti la manifestazione dell’odio.

Altre strade non ce ne sono visto che il mondo della politica e quello della comunicazione, nella loro maggior parte, hanno deciso di non combattere questa battaglia.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

26 Settembre 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»