Rohingya, Msf: “Storia di Ahmad, che non può tornare a casa”

Ong diffonde testimonianze di rifugiati dal Myanmar in Bangladesh
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ROMA –  “Siamo pronti a tornare a casa, ma come possiamo farlo se c’è ancora la guerra?”. Se lo chiede Abu Ahmad, che da oltre 12 mesi vive in un campo profughi del distretto di Cox’s Bazar in Bangladesh, dopo essere sfuggito alla pulizia etnica operata dal Myanmar nei confronti del suo popolo. Abu Ahmad è un musulmano di etnia rohingya, e la sua è una delle testimonianze diffuse oggi dall’ong Medici senza frontiere, che ha curato la paralisi di una delle sue quattro figlie, Rukia, 11 anni. “Non abbiamo alcun reddito. Se potessimo lavorare, la vita sarebbe più facile. Non ci viene data l’opportunità di farlo- spiega Ahmad- Anche se non abbiamo soldi, dobbiamo sopravvivere. Con i 100 o 200 Taka (1 o 2 euro) che guadagniamo vendendo qualcuna delle donazioni alimentari del governo, dobbiamo sopravvivere per un mese. A volte il cibo ce lo mangiamo, altre no”. Il 25 agosto di un anno fa 706.000 Rohingya fuggivano in Bangladesh a causa di una “operazione di pulizia” nello Stato di Rakhine da parte dell’esercito del Myanmar. Sommate alle oltre 200.000 persone che erano già scappate a seguito di precedenti ondate di violenza, sono oltre 919.000 i Rohingya che vivono oggi nel distretto di Cox’s Bazar.

“Nonostante il Bangladesh abbia mostrato una straordinaria generosità aprendo le porte ai rifugiati- dichiara Francesca Zuccaro, capomissione di Msf in Bangladesh- gli stati ospitanti nella regione negano loro qualsiasi status legale formale, nonostante siano a tutti gli effetti rifugiati e siano stati resi apolidi dal Myanmar”. Così i profughi rohingya sono costretti a vivere in uno stato di “estrema vulnerabilità”, sottolinea Zuccaro: a Cox’s Bazar mancano “acqua pulita, latrine, istruzione, opportunità di lavoro e assistenza sanitaria” denuncia l’ong.
“Non siamo senza stato, siamo ancora birmani. I nostri antenati vengono da lì; i nostri bisnonni sono nati lì: il paese in cui abbiamo tagliato i nostri cordoni ombelicali è Burma”, dice Ahmad, usando il nome inglese dello stato di Myanmar.

Torneremo se nel Paese torna la pace, ma torneremo ad alcune condizioni. Torneremo se ci restituiranno la nostra libertà, la nostra casa, la nostra terra, il nostro bestiame e le nostre capre” aggiunge Ahmad. Secondo i dati diffusi da Msf, la risposta umanitaria dell’Onu in Bangladesh è, ad oggi, finanziata solo per il 31,7, e all’interno di questa entità i finanziamenti per l’assistenza sanitaria si attestano solo al 16,9%, lasciando lacune significative nella fornitura di servizi medici vitali. In questi 12 mesi, l’ong fa sapere di aver effettuato oltre 656.200 visite mediche in 19 strutture, tra ospedali, ambulatori e cliniche mobili, oltre ad aver organizzato campagne vaccinali per contenere colera, morbillo e difterite.

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