ROMA – Se a un ragazzo di diciotto anni venisse la curiosità emotiva ed intellettuale di domandare “ma cos’è la psichedelia musicale?”, la miglior risposta sarebbe: vedi un concerto dei Gong e trovi la risposta. Sabato sera questa formazione britannica, chiudendo il MoonJune Festival a Teramo (quattro giorni di “musica eclettica” con un pubblico proveniente da tutto il mondo, India e Brasile compresi, organizzati da due geniacci della musica progressive e d’avanguardia, Emiliano di Serafino e Leonardo Pavkovic) ha realmente snocciolato il compendio della psichedelia con un concerto mozzafiato, trasportando il pubblico in una sfera spazio-temporale in cui coscienza dilatata, viaggio astrale e ritmiche pulsanti si sono amalgamate in un unicum emozionante. Qualcosa di adatto a tutte le età: nostalgici boomers e giovanotti in ricerca di gusti maturi.

DAEVID ALLEN, IL PADRE DEI GONG
Nati nel 1967 per opera dell’australiano Daevid Allen, i Gong hanno attraversato sei decenni di musica, sempre incarnando in modo estremo e coraggioso l’idea di una musica non convenzionale, creata per esprimere visioni e valori di un’umanità perennemente in ricerca, cocciutamente positiva, radicalmente sperimentale. Fino alla sua scomparsa (nel 2015) Allen ha sfidato le convenzioni, anche quelle della musica rock, portando in scena ironia e follia, indipendenza compositiva e teatralità che sconfinava nella fantascienza. Iniziatore della prima vera “comune hippy musicale europea” nata in Francia, questo folletto ispirato dal surrealismo e dalle sostanze psicotrope, ha costruito nel tempo un’astronave sonora con ingredienti di folk, free-jazz, rock sperimentale, sempre rivendicando un messaggio artistico preciso: nessuno potrà mai toglierci la libertà di essere artisti e di sperimentare senza limiti e regole.
I GONG, CHI SONO OGGI
Da oltre dieci anni il “marchio Gong” è portato avanti da cinque musicisti impeccabili che ieri erano sul palco di Teramo: il chitarrista e cantante anglo-iraniano Kavus Toravi, il brasiliano (ma toscano per origini paterne) Fabio Golfetti alle altre chitarre, Dave Sturt al basso, Ian East ai fiati ed il batterista Cheb Nettles. A loro si è poi aggiunto per la parte finale dello show – nobilitandolo – Steve Hillage, mitico chitarrista britannico che ha collaborato a lungo con Allen ed ha partecipato alla trilogia di Radio Gnome, uno dei periodi piú fecondi dei Gong.
L’ULTIMO ALBUM E IL SUO ATTO DI CORAGGIO
Con un buon album appena pubblicato, Bright Spirit, i Gong si sono presentati unendo la forza di uno space-rock trascinante, all’attitudine al messaggio positivo e “luminoso” che in un momento storico di sangue e violenza è indubbiamente un atto di coraggio. I brani tratti dall’ultimo disco aprono la serata (Dream of Mine e Mantivule) e portano a My Guitar is a Spaceshift e Lunar Invocation, dichiarazioni di intenti per una band che fa – proprio in senso psichedelico, e quindi di ampliamento della coscienza – dello spazio stellare inteso come ambito di purezza e pacificazione, un punto di arrivo.
IN ‘VOLO STELLARE’ CON I BRANI STORICI
I brani storici del vecchio catalogo della band si susseguono nel concerto e sono dilatati all’inverosimile, come You Can’t Kill Me (da Camembert electrique, 1971) e Master Builder (da You, 1974), che da soli si prendono mezz’ora di show, ma è probabilmente con Rejoice! I’m Dead (uscita sull’album omonimo del 2016) che si raggiunge l’apice del volo interstellare. Il brano è una sorta di celebrazione della memoria di Daevid Allen e del suo lascito artistico e culturale: nella trasmigrazione verso un’altra sfera dell’esistenza c’è il segreto della purificazione, messaggio che arriva trascinato dalla forza ipnotica di chitarre che immergono il pubblico in una cascata di suoni e di visioni caleidoscopiche. E soprattutto anche qui, come in You Can’t Kill me, emerge quel senso di eternità inafferrabile della persona e della sua ricerca, di intangibilità della coscienza, di libera (e giocosa) immensità dell’essere vivi che era marchio di fabbrica di Daevid Allen e rimane segno distintivo dei Gong.
Che a Teramo hanno confermato di essere una delle poche band che sanno prendere il pubblico e portarlo in un’altra dimensione: ecco, in parole povere, il segreto ed il senso della psichedelia musicale.




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