ROMA – “Non cerco vendetta. Solo giustizia, perché la vita di tutti noi è stata stravolta e bastava nulla per evitare tutto questo“. Sofia sulle spalle non porta più i lunghi capelli sciolti, sono invece ben visibili i segni della schiuma che le si è sciolta sulla pelle. In testa una parrucca con un taglio alla ‘maschietto’. Ma il sorriso è lo stesso che aveva prima della terribile notte di Capodanno. E non l’ha perso. Sofia Donadio, 16 anni, è una dei giovani sopravvissuti italiani della strage di Crans Montana, in Svizzera. Dalla notte di Capodanno ha trascorso 62 giorni in ospedale, i primi due in Svizzera, poi al Centro grandi ustionati del Niguarda di Miano, diversi in coma. Le sue condizioni erano gravissime. È stata sottoposta a una decina di interventi chirurgici per trattare le ustioni che hanno colpito la testa, la schiena, le gambe e le braccia. È poi riuscita a tornare casa, ancora incapace di parlare. Tuttora il suo percorso verso il recupero e l’autonomia è lungo dall’essere concluso. Ma oggi la sua voce, anche se flebile, può farsi sentire e ha scelto di raccontare la sua storia. Sofia è la prima dei ragazzi italiani che ha vissuto l’inferno del Constellation a voler dare la sua testimonianza e a voler chiedere giustizia.
LA RABBIA: BASTAVA UN CONTROLLO IN PIÙ
Con al fianco i sui familiari, ha parlato nello studio dell’avvocato milanese Fabrizio Ventimiglia che rappresenta la famiglia Donadio. “Ripenso molto spesso a come poteva essere benissimo evitata tutta questa situazione. Bastava un’accortezza in più, un controllo in più”, sono le prime parole, un macigno che pesa sui 14 indagati per la strage di Capodanno: politici e funzionari comunali, e soprattutto i coniugi Jessica e Jacques Moretti, proprietari del Le Constellation, il locale andato a fuoco. “Sono sicuramente arrabbiata – chiarisce – non cerco vendetta, ma giustizia: questo evento ha rovinato un sacco di persone che non se lo meritavano, non è giusto che cerchino di passarla liscia”.

L’ACCUSA CHE INCHIODA I MORETTI
Se Sofia ha deciso di parlare è infatti soprattutto per rendere pubblico il suo ricordo di quella notte che ha cambiato la sua vita e che di fatto rappresenta un’accusa senza possibilità di appello per i Moretti, una testimonianza chiave. La ragazza infatti porta alla luce un dettaglio rilevante che conferma come i presidi di sicurezza del locale fossero del tutto inadeguati. In particolare, Sofia ricorda bene che l’uscita di emergenza del seminterrato “è sempre stata chiusa, fin dal primo giorno che io sono entrata a Le Constellation, la porta è sempre stata chiusa con una catena e un lucchetto“, racconta. A chiudere l’uscita era “una catena di acciaio, come quelle per legare le biciclette che era fissata al maniglione”. Proprio vicino a quell’uscita sono stati ritrovati diversi corpi senza vita, tra cui quello di Cyane Panine, la cameriera 24enne del locale, immortalata l’ultima volta con in testa un casco mentre trasportava bottiglie di champagne con le candele che hanno innescato l’incendio.
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L’INCENDIO E LA FUGA DISPERATA SULLE SCALE
Sofia quella notte era a festeggiare l’arrivo del nuovo anno con tre compagni di classe, la terza D del liceo Virgilio di Milano: Francesca, sua compagna di banco, Leo e Kean non sono ancora usciti dall’ospedale. Ancora vivo è il ricordo della notte: l’allarme per l’incendio, il tentativo disperato di fuga, per raggiungere le scale lungo la sala affollata. “Ho pensato soltanto a uscire, sono corsa verso la scala, mi sono girata, ho visto tutte le fiamme che stavano arrivando. In pochi secondi ce l’avevo già sopra la testa, sopra la schiena. La scala era piena di gente, pienissima. Ho avuto la fortuna di essere piccolina, sono alta 1.60. Mi sono accovacciata e ho iniziato a fare la scala a quattro zampe”. Ma il fumo era troppo: “A metà gradini sono svenuta”. È stata tirata fuori dal locale dai pompieri, un’ora e mezza dopo lo scoppio dell’incendio, e lasciata sul marciapiede. Per fortuna due turisti francesi si sono presi cura di lei finché il fratello, accorso appena avuta la notizia della tragedia, non è riuscito a trovarla e riconoscerla, nonostante le ustioni e la fuliggine.


COME STA OGGI SOFIA
“Ovviamente – spiega – la mia vita è cambiata totalmente. Le cose anche più piccole che prima riuscivo a fare da sola, adesso ho sempre bisogno di una mano, anche solo per fare la doccia”. Il percorso di guarigione è ancora lungo: “Faccio il laser ogni 45 giorni, la logopedia per la voce, vado dalla psicologa.. Le cicatrici le vedo e poi le sento, è come se ci fosse qualcosa che mi tocca, un fastidio”. E ancora: “La sera fatico a prendere sonno. La notte mi sveglio più volte. Ma cerco di concentrarmi sulle cose positive, sulle persone che ho accanto”. Insomma, Sofia spiega che ce la mette tutta per tornare alla sua vita, nonostante tutto. “Cerco di godermi l’estate come posso e come riesco- racconta poi- Ho iniziato a fare l’animatrice all’oratorio vicino casa”.




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