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Il Covid ha meno incidenza nei luoghi già colpiti in passato dalla malaria

Ricerca Gaslini Genova
Secondo le ricerche dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, assieme all’ospedale Molinette di Torino, all’Istituto Gaslini di Genova e al policlinico di Palermo, le variazioni genetiche proteggono da entrambe le malattie
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GENOVA – Il Covid colpisce poco nei territori che in passato hanno dovuto fare i conti con la malaria. La scoperta è stata fatta dal team di Computational and chemistry biology dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, assieme all’ospedale Molinette di Torino, all’Istituto Giannina Gaslini di Genova e al policlinico di Palermo, che hanno recentemente pubblicato uno studio sulla rivista internazionale “Frontiers in medicine”. Il lavoro ipotizza una correlazione inversa di alcune varianti in geni associati all’insorgenza della malaria con la diffusione del Covid-19, suggerendo che le stesse varianti possano conferire una protezione dall’infezione del coronavirus. In sintesi, è stato evidenziato come, nelle zone che in passato sono state colpite dalla malaria, l’incidenza del Covid-19 è stata molto inferiore.

In Italia, la malaria è ormai scomparsa, ma fino agli anni ’50 del secolo scorso era endemica in molte zone costiere del sud Italia e delle isole, come pure in zone paludose, Per esempio alla foce del Po. La teoria del team di ricerca guidato da Andrea Cavalli è che i geni che sono in grado di proteggere la popolazione dall’infezione malarica possano fornire una forma di protezione anche per l’infezione da Sars-CoV-2. La ricerca ha, inoltre, cercato di spiegare l’effetto biologico che queste variazioni genetiche possono esercitare sull’infezione da Sars-CoV-2 e sulla progressione della malattia, suggerendo possibilità terapeutiche potenzialmente utili. “L’idea di approfondire il legame tra Covid e malaria– spiega Antonio Amoroso, genetista dell’ospedale Molinette e dell’Università di Torino, tra gli autori dello studio- è venuta osservando la frequenza del Covid nelle regioni italiane, con ampie oscillazioni tra regioni del nord (in Lombardia ad esempio l’8,1% della popolazione ha contratto la malattia) e quelle meridionali, dove il Covid ha avuto una frequenza quasi dimezzata (il 4,4% dei siciliani si è ammalato, il 3,4% dei sardi o il 3.3% dei calabresi)”. Dal confronto con i dati di mortalità nelle province italiane all’inizio del ‘900, si è ottenuta una connessione molto chiara: “Nei territori dov’erano più frequenti i morti di malaria all’inizio del secolo scorso– sottolinea Amoroso- meno frequentemente sono registrati oggi i malati di Covid e viceversa. All’inizio del secolo scorso, ogni centomila soggetti ne morivano per malaria 73 in Sardegna, 24 in Sicilia e 32 in Calabria, mentre non ce n’erano in Lombardia o in Piemonte. Le province del delta del Po erano anch’esse flagellate dalla malaria, con mortalità all’inizio del secolo scorso analoghe alle regioni del Sud. Ma anche la diffusione del Covid, più di 100 anni dopo, ha risparmiato maggiormente le province di Ferrara (dove i casi di Covid rappresentano il 6,5% della popolazione) e di Rovigo (con il 5,9% della popolazione è risultata positiva)”.
Manlio Tolomeo, coautore dello studio e medico al policlinico di Palermo, chiarisce che “sappiamo molto bene come la convivenza con la malaria abbia selezionato alcune caratteristiche genetiche che consentivano di resistere meglio all’infezione malarica e che avvantaggiavano di conseguenza gli individui che le possedevano. L’ipotesi che abbiamo avanzato è stata che alcune delle caratteristiche genetiche che erano state selezionate per essere vantaggiose per l’infezione malarica potessero anche aiutare nel combattere meglio il coronavirus”.

Per dimostrare questa ipotesi, racconta Andrea Cavalli, “ci siamo avvalsi dei dati già disponibili dalla comunità scientifica, sia in relazione alle varianti genetiche di protezione alla malaria (ne abbiamo selezionate una cinquantina), sia relative alle caratteristiche del genoma di un migliaio di individui sani appartenenti a una cinquantina di diverse popolazioni, per le quali erano anche disponibili le frequenze del Covid”. Da qui, aggiungono Marta Rusmini e Paolo Uva, coautori del lavoro e ricercatori di Bioinformatica clinica del Gaslini di Genova, “siamo andati alla ricerca delle varianti più frequenti nelle popolazioni meno colpite dal Covid e che fossero in grado di avere un impatto sul comportamento dei geni, quindi potenzialmente vantaggiose contro il coronavirus. Questo studio contribuisce ad approfondire la relazione tra genetica e suscettibilità al Covid e fornisce un solido approccio metodologico che potrà essere applicato per studi futuri direttamente sul Dna di pazienti Covid”.

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