Bruxelles, Bangert (Emergency): “Ecco cosa succede quando si perde di vista l’integrazione”

Gli attentati di Bruxelles di martedi' scorso hanno rimesso al centro il tema della sicurezza e sollevato numerose polemiche contro la macchina dell'anti-terrorismo belga
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DB'10 @boord (pasfoto)

ROMA – Gli attentati di Bruxelles di martedi’ scorso hanno rimesso al centro il tema della sicurezza e sollevato numerose polemiche contro la macchina dell’anti-terrorismo belga – che sembra essere andata in panne – e anche sul carattere multietnico della sua Capitale. Diederik Bangert e’ co-fondatore e presidente di Emergency Belgium. Nato in Olanda, cresciuto in Italia e trasferitosi in Belgio alla fine degli anni Settanta, grazie ai suoi trascorsi di giornalista e al suo attuale lavoro, ha una naturale inclinazione a osservare con attenzione gli eventi che lo circondano. Per questo la Dire lo ha raggiunto telefonicamente.

Di Bruxelles si ha l’immagine di una citta’ integrata ed efficiente. Che cosa e’ successo? “Niente. Ed e’ questo il problema: non e’ stato fatto nulla per favorire l’integrazione. Ma non e’ corretto parlarne in questi termini, e’ necessario fare una precisazione. Bruxelles e’ una citta’ storicamente multiculturale – come non si trovano altri esempi in Europa – dove il 64% della popolazione e’ belga, il 22% di nazionalita’ europea mentre il 14% di origine extra europea. Ma c’e’ di piu’: dagli anni Novanta il governo ha avviato una politica di ‘belgificazione’. Tra le misure messe in atto, la possibilita’ per gli stranieri di ottenere in tempi brevissimi la nazionalita’ belga. Quindi, ad esempio, sul totale della popolazione belga di Bruxelles il 68% e’ di origine non belga, di cui 32% proveniente da paesi europei mentre il 36% dal resto del mondo, di cui in maggioranza da Marocco, Turchia e Africa subsahariana (Congo per la maggior parte)”.

Bangert chiarisce che queste politiche hanno funzionato benissimo, “i neo-belgi lavorano in tutti i settori, anche nella Pubblica amministrazione – il fratello dello stesso Salah Abdeslam e’ impiegato comunale – studiano e conoscono alla perfezione il francese, fatto indicativo della qualita’ dell’insegnamento della lingua agli stranieri”. Ma se l’inserimento lavorativo e ‘civile’ e di successo, l’altro lato della medaglia rivela un altro tipo di difficolta’: “si tende a frequentare i circuiti degli ‘expat’, gli espatriati, o restare confinati nelle comunita’ di origine- spiega Bangert- Anche io lo faccio, pur abitando qui da svariati anni”. E’ il fallimento dell’integrazione sul piano sociale e culturale, dunque.

A soffrire di piu’ di questa situazione sono proprio i giovani: “Per spiegare questo punto- dice ancora Bangert- raccontero’ la storia di un adolescente di origine maghrebina conosciuto qualche anno fa. Ahmad rappresenta una generazione che non ha un’identita’. Madre che non si era integrata, viveva in casa e non aveva imparato la lingua ne’ stretto amicizie, e padre responsabile commerciale di una grossa ditta automobilistica che aveva rinnegato le sue origini, frequentava solo suoi pari e parlava soltanto in francese”.

Ahmad, racconta il presidente di Emergency Belgium, si e’ trovato a vivere tra due mondi. “Il problema e’ che sentiva di non appartenere a nessuno dei due”, chiarisce. E quando ha iniziato a porsi domande sulle sue origini e la sua religione – l’Islam – “si e’ trovato nella condizione di non sapere a chi rivolgersi”. Cosi’, “nel tentativo di aiutarlo, ho scoperto una realta’ che non conoscevo: non esiste un solo centro per praticare l’Islam, ma tanti quante sono le comunita’ (algerini, tunisini ecc..) poiche’ ognuno ha il suo modo di vivere la fede e coinvolge completamente la sfera culturale, percio’ e’ molto difficile integrarsi in gruppi di nazionalita’ diverse”.

In quanto alla Grande moschea di Bruxelles, sono note “le forti influenze estremiste” che si esercitano al suo interno, “percio’ gliel’ho sconsigliata”. Altri ragazzi poi hanno il problema opposto: quello di non riuscire a ‘staccarsi’ dalla comunita’ di appartenenza e abbracciare uno stile di vita piu’ ‘laico’, non condividendo quello dei genitori immigrati. Pertanto subiscono in casa forti pressioni attraverso “divieti e punizioni. Questi giovani- sottolinea Bangert- hanno una vita difficilissima”. In questo mondo – fatto di ragazzi senza identita’, che vorrebbero costruirsene una propria – “agiscono i reclutatori”. Fanatici islamisti che attraverso la lotta all’Occidente propongono una via alternativa: “Hanno tanto successo perché usano argomenti come ‘guarda che brutta vita conducono tuo padre e tuo nonno. Vuoi questo per il futuro? Vieni con noi, possiamo darti altro’. La piaga dell’alta disoccupazione tra i giovani – soprattutto di origine non europea – e’ solo parte del problema, poiche’ il disagio identitario si innesta anche nei figli di immigrati che appartengono alla classe media” osserva ancora l’ex giornalista.

Arriviamo al tema della presunta incapacita’ della polizia belga, che non e’ stata in grado di distruggere la cellula di terroristi che ha agito martedi’ scorso. “Anche qui bisogna spiegare la questione da un punto di vista piu’ ampio”.

Alla radice del problema Bangert indica la disattenzione del mondo politico e quindi della gestione della cosa pubblica. Come in ogni Stato, i politici preferiscono investire denaro in grandi opere in grado di ‘fare colpo’ sull’elettorato piuttosto che impegnarsi in piccoli ma forse piu’ urgenti problemi di manutenzione delle infrastrutture e investimenti nei servizi: “la polizia manca di mezzi, e sono anni che manifesta il suo scontento. Non le darei quindi tutta la responsabilita’ di quanto e’ accaduto”. Inoltre e’ un’istituzione frammentata. Il Belgio e’ diviso in tre regioni: le Fiandre, la Vallonia e quella di Bruxelles. Ognuna ha il proprio governo e all’interno e’ divisa in comuni che hanno le proprie forze di polizia. Questo sistema rallenta ovviamente il lavoro: “Da tempo si sta cercando di armonizzare il sistema, ma la verita’ e’ che la realta’ corre piu’ velocemente” afferma Bangert.

Contro il terrorismo manca una gestione coordinata e soprattutto una visione a lungo termine. “Non e’ una novita’ che membri del jihad mondiale facciano base in Belgio o siano proprio di nazionalita’ belga”: Bangert ricorda il caso di Ahmad Shah Massud, il generale afghano che per primo allerto’ le intelligence occidentali sul pericolo rappresentato da Osama Bin Laden, e che “venne ucciso il 9 settembre 2001 – alla vigilia dell’attentato alle Twin Towers – da un finto giornalista appartenente ad Al-Qaeda, e proveniente proprio dal Belgio”.

In una societa’ cosi’ multietnica, frammentata, composita, e in cui gli stessi belgi si suddividono in cittadini di lingua francese, fiamminga e tedesca, la voglia di superare insieme le difficolta’ e’ pero’ viva e molto forte: “dopo l’attentato di martedi’ la reazione da parte della gente e’ stata immediata: in tanti hanno teso la mano verso gli arabi e i musulmani“, per non farli sentire esclusi o stigmatizzati per una colpa non loro.

Come a novembre, dopo le stragi di Parigi, anche stavolta la citta’ e’ stata chiusa per effetto delle misura di sicurezza imposte dalle autorita’. Ma rispetto ad allora “la gente non ha voluto rispettare questa disposizione. Eravamo tutti per strada, davanti ai grandi monumenti, o a Place de la Bourse, a lasciare fiori o scrivere messaggi per terra coi gessetti colorati. E poi e’ accaduta una cosa molto bella” si appresta a raccontare Diederik. Il quartiere di Molenbeek dista poche centinaia di metri dal centro, da cui lo separa un canale. “Una manifestazione per esprimere vicinanza alla gente del quartiere era stata prevista sul ponte che collega il centro a quella zona, ma poi le persone hanno deciso di attraversare il ponte e andare a stringere la mano a chi stava dall’altra parte”.

Di colpo, racconta Diederik, gli abitanti hanno aperto le loro case per accogliere ‘i visitatori’ e per strada e’ scesa gente che offriva il te‘. Se a novembre la tendenza comune era stata quella di aspettarsi dagli arabo-musulmani un segnale di ostilita’ verso il terrorismo, stavolta i cittadini hanno capito che non serve fare distinzione: “perche’ un cittadino di origine mediorientale dovrebbe reagire prima di un altro? Perche’ dovrebbe sentirsi piu’ responsabile – o indignato – di un altro? Il terrorismo ha colpito tutti, e’ l’intera citta’ ad essere stata ferita”. Sebbene ci siano divisioni tra le comunita’, tutti si sentono cittadini allo stesso modo, “oggi questo lo hanno capito tutti”. E gesti come quello del ponte di Molenbeek “sono moltissimi. E molti provengono dalla gioventu’ stessa”, conclude Diederik.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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