NAIROBI (KENYA) – Da Kibera a Hong Kong. Dallo slum associato a degrado e violenza all'”International Jewellery Show”, fiera globale in programma da mercoledì 4 marzo nella città asiatica. È il percorso di Dianga Ochino, modella e imprenditrice, creatrice di gioielli e demolitrice di stereotipi. È lei a usare questa parola, quando parla di Diro, l’azienda che ha fatto nascere e crescere. “Stiamo trasmettendo un messaggio differente”, dice Ochino di Kibera, l’area della capitale keniana Nairobi dove è nata e cresciuta. “Quando la si cerca su Google, appare subito come lo slum più grande, noto per crimini e altre cose brutte; la realtà invece è anche un’altra, perché il quartiere è un polo manifatturiero e produttivo“. Diro ne è una piccola conferma. I suoi bracciali, anelli, ciondoli e orecchini, di ottone, oro e argento, con geometrie tradizionali e visionarie, sono disegnati e realizzati in 45 officine dove lavorano nel complesso tra i 20 e i 30 artigiani.


Una delle collezioni si chiama “Uso”, una parola che in lingua swahili vuol dire “viso”: di profilo, sulle brochure e sul web, c’è anche quello di Ochino. I gioielli sono venduti sia in Kenya che all’estero. “Partecipiamo alla fiera di Hong Kong”, spiega l’imprenditrice, “anche per valutare nuove forniture di materie prime dall’estero, come accade già nel caso dell’ottone, che acquistiamo soprattutto dall’India”. All’inizio Diro è cresciuta grazie al supporto di Fondazione E4impact, un incubatore di startup nato da un’iniziativa dell’Università cattolica di Milano. “L’aiuto è stato importante in particolare per gli studi di mercato”, sottolinea Ochino. “Abbiamo avuto incontri qui a Nairobi e in Italia, molto utili, anche se il nodo per noi è per tanti altri resta la disponibilità di capitale”. L’impatto più importante, sul piano sociale, riguarda Kibera. Nello slum centinaia di migliaia di persone vivono in case anguste o baracche con tetti di lamiera dove non arrivano né l’acqua né l’elettricità. Secondo Ochino, a Kibera il lavoro è ancora più prezioso dei gioielli. “Dai nostri artigiani dipendono 150 o 200 persone della comunità”, calcola la creatrice di Diro. “Diventa così possibile pagare le bollette e mandare i bambini a scuola, mentre i giovani hanno un’alternativa alla strada”.







