Due battute e un abbraccio, prova nastro per Rossi e Renzi VIDEO

Per quasi un'oretta Rossi è stato seduto a fianco del suo segretario, dell'uomo che, congresso permettendo, vorrebbe scalzare
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SAN CASCIANO (Firenze) – “La mia candidatura? Sì, qualcosa ci siamo detti, diciamo due battute”, anche perché “come si fa a non fare due battute con Renzi…”. Sorride divertito Enrico Rossi e non dice altro, non racconta nulla di più del primo faccia a faccia con Matteo Renzi dopo che la sua candidatura alla guida del Pd da attesa si è fatta ufficiale. E in fin dei conti, non poteva andare diversamente e non perché “ha vinto l’amore”, come ha detto ieri Renzi commentando il varo delle unioni civili. Per quasi un’oretta Rossi è stato seduto a fianco del suo segretario, dell’uomo che, congresso permettendo, vorrebbe scalzare. Ma alla Laika Caravans, ditta tedesca che vende camper in tutto il mondo e che nel Chianti fiorentino, nella zona industriale di San Casciano Val di Pesa, ha inaugurato il nuovo stabilimento, ‘Matteo’ è il Governo, ‘Enrico’ il governatore toscano. Nel giorno in cui il taglio del nastro concretizza un investimento da 40 milioni di euro, assicurando, promettono i vertici aziendali, “crescita, durata e occupazione”, è difficile trovare un palcoscenico adatto per le ‘beghe’ congressuali, visto che tutto lo spazio è riempito dai ruoli istituzionali e dalle strette di mano, gli abbracci, i sorrisi (molti), le pacche sulle spalle. Oltretutto Renzi gioca in casa, nella sua Firenze, e inevitabilmente la lista dei saluti è lunga.

Tuttavia, anche questo gioco delle parti racconta molto. Non tanto per il premier, che con Rossi si comporta come se non fosse successo nulla: un abbraccio appena sceso dall’auto, qualche parola durante la conferenza stampa, le battute. Quanto per il presidente della Regione Toscana, che è partito per tempo alla volta dell’ufficio di peso del Nazareno, e alcuni fanno notare “troppo presto”, che si è messo in testa di oltrepassare la dicotomia tra renziani e antirenziani. Così, se si tratta della riforma costituzionale, la riforma delle riforme come dice il premier, dove dice di giocarsi tutto, Rossi senza indugio si mette dalla parte del premier. E in conferenza stampa, alla Laika, annuisce e sussurra “giusto, bravo”, quando Renzi parla del sostegno alla piccola e media impresa (mentre il governatore ‘traccheggia’ al cellulare quando affronta il tema tasse e nuovi posti di lavoro made in Jobs Act). Diverso, invece, quando, a margine del taglio del nastro, Rossi si sofferma sul caso Verdini-maggioranza di Governo, tema squisitamente politico: “a me piacerebbe che dal presidente del Consiglio arrivasse, in modo secco, un no grazie. Questo riscalderebbe il cuore di tante persone di sinistra”. Gliene ha parlato? “No, abbiamo parlato d’altro”.

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Il partito da una parte, come salita da scalare, perché “non sono in piena concordia con il premier, altrimenti non mi sarei candidato”, l’azione di governo dall’altra, da sostenere. Ruolo difficile quello che si è scelto Rossi, con un paio di problemi rilevanti. Il primo riguarda l’interpretazione antropologica della sua corsa. Più che rottamatore Rossi si sente un muratore, uno che vuol ricostruire la casa, che contrappone al partito liquido la logica di “una sezione per ogni campanile” italiano. Uomo del territorio, pensa ad un Pd a trazione territoriale. Il secondo scoglio è numero, meglio, fotografico, come ha immortalato bene la platea seduta nella saletta dedicata alla conferenza stampa alla Laika. Rossi e Renzi seduti uno accanto all’altro con davanti, in prima fila, il braccio destro del premier, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Poi i renzianissimi Dario Nardella, sindaco di Firenze; Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale; Dario Parrini, deputato e segretario del Pd toscano; Antonio Mazzeo vice di Parrini; l’europarlamentare Nicola Danti, David Ermini, responsabile giustizia del Pd; Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di commercio di Firenze. Tanti a pochi, insomma, con Parrini che da tre giorni va dicendo “Enrico sei isolato, puoi ripensarci, il terzismo sfocia del cerchiobottismo”.

Rossi fa sfoggio di calma tenendo fede a quel che sembra un fioretto: “Per tutta la campagna non risponderò a nessuna delle invettive che mi verranno lanciate”. E tra i tanti dubbiosi sulla sua corsa, per adesso decisamente freddi, anche i volti di quella che Rossi definisce “la parabola della sinistra”, come Speranza (quindi Bersani) che oggi si affrettano a chiedere il congresso anticipato (LEGGI QUI), visto l’affaire Verdini, ma che per il governatore, al netto “dell’affetto e dell’amicizia, non hanno saputo esprimere un’alternativa”.

di Diego Giorgi, giornalista

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