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VIDEO | Al centro antiviolenza Cadmi di Milano fino a 25 donne al giorno durante il lockdown

La presidente Ulivi: "Si mette solo l'accento sui casi efferati, che fanno cronaca. Ma la violenza è un dato culturale"
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di Michele Mastandrea

MILANO  – Per l’Istat, nel 2020 ogni tre giorni in Italia una donna è vittima di femminicidio. Un dato significativo, soprattutto al tempo del lockdown, con le denunce giunte fino al 119% rispetto all’ordinario nel corso dell’emergenza sanitaria. Il 25 Novembre, come ogni anno, questi numeri emergono su tutti i media in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ma come è cambiata l’attività dei centri antiviolenza ai tempi della pandemia? Lo abbiamo chiesto alle operatrici della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, uno dei tanti centri nel sostegno alle donne che hanno subito violenza fisica, economica o psicologica. Dal 1986 il Cadmi ha seguito oltre 30.000 donne in difficoltà, attraverso l’ascolto telefonico e colloqui personali. “Oggi, con il lockdown, abbiamo avuto un aumento nei contatti del 140%. Siamo arrivate a seguire fino a 25 donne al giorno, un numero molto più alto del normale. Del resto, stare 24 ore su 24 con un maltrattante comporta fare dei ragionamenti diversi rispetto alla propria condizione di vita”, dichiara Manuela Ulivi, presidente di Cadmi. Quest’anno il centro è impegnato in una campagna sulla cosiddetta vittimizzazione secondaria, quella che colpisce le donne “nei tribunali, nel rapporto con le forze dell’ordine, nella costruzione delle relazioni con i servizi sociali”, anche dopo che hanno deciso di dire basta. “Molto spesso le donne sono vittime di una doppia violenza, con la seconda che inizia se dopo la denuncia si è respinte, o non credute, quando il proprio racconto viene sminuito. Una volta che la donna fa la scelta di uscire da un rapporto violento, quella donna è ancora in pericolo”, prosegue.

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La sensibilizzazione negli ultimi anni ha portato a grandi passi avanti, con molti aspetti che sono evoluti in meglio, nel contrasto alla violenza. “I centri antiviolenza hanno scoperchiato il vaso di Pandora, ma non è ancora emersa del tutto la violenza”, spiega Ulivi. “Spesso fanno notizia solo stupri, o i femminicidi. Serve guardare anche oltre, concentrandosi sulla violenza psicologica, su quella economica”. E i mezzi di comunicazione possono svolgere un ruolo importante nel migliorare il modo in cui si parla di questi temi. “Si mette solo l’accento sui casi efferati, che fanno cronaca. Ma la violenza è un dato culturale, sta nel modo di relazionarci, è un problema di potere, di dominio. C’è ancora molto da fare”.

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