Nel I Municipio a Roma il centro antiviolenza è nella sede istituzionale

Continua il reportage di DireDonne dei centri antiviolenza nel Lazio
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ROMA – L’autoritratto è un ritratto che un artista fa di sé stesso. Berthe Marie Pauline Morisot, Tamara de Lempicka, Artemisia Gentileschi, Charlotte du Val d’Ognes, pittrici che hanno dovuto lottare contro i pregiudizi della propria epoca per affermarsi in una professione considerata disdicevole per una donna, sono lì, al quarto piano del centro antiviolenza del Municipio I a Roma, ad accogliere con i loro volti altre donne che decidono di darsi una nuova possibilità, lontane da uomini maltrattanti. 

E’ un autoritratto di se stesse anche quello che le cinque operatrici del Centro antiviolenza di Circonvallazione Trionfale gestito da BeFree aiutano le donne a dipingere, per ricostruire la propria identità senza lividi, a partire da se stesse.

VIOLENZA DOMESTICA LA PIÙ SEGNALATA, ECCO I DATI – Anche qui è quella domestica la forma di violenza più segnalata, soprattutto psicologica, seguita da maltrattamenti in famiglia e stalking. “Sono circa otto mesi che operiamo sul territorio del I Municipio- spiega all’agenzia Dire Margherita Massaro, responsabile del centro del Comune di Roma, finanziato dalla Regione Lazio e inaugurato lo scorso 8 marzo- Da marzo a oggi abbiamo aperto 122 schede, una trentina sono le donne che seguono con noi un percorso un po’ più strutturato di cui quattro sono state avviate ai percorsi legali”. 

Un dato in linea con quanto riscontrato dalla cooperativa sociale BeFree – attiva dal 2007 contro tratta, violenza e discriminazioni – in altri centri antiviolenza e che si aggira attorno “al 20%- racconta alla Dire l’avvocata Carla Quinto, responsabile dell’ufficio legale- Questo dato va a smentire uno stereotipo diffuso: quello che molte donne inventino la violenza intrafamiliare per avere vantaggi in sede processuale. I nostri dati raccolti ci dicono il contrario: la maggior parte delle donne che intraprendono un percorso di uscita dalla violenza non inizia procedure legali”. 

Diverso il caso di donne con figli minori, dove a complicare il quadro c’è la questione dell’affidamento. Dalle 18enni alle ultrasettantenni, a rivolgersi al centro sono “quasi sempre madri di famiglia, diplomate, laureate, casalinghe, con una buona percentuale di donne economicamente indipendenti- continua Massaro- La fascia d’età che si ripete di più è quella che va dai 30 ai 55 anni, donne che hanno relazioni lunghe e strutturate, che vengono anche da altri Municipi o dai paesi limitrofi alla zona di Roma Nord”. 

Molte arrivano spontaneamente, altre sono indirizzate “dai servizi con cui abbiamo creato delle reti di relazioni o dallo sportello aperto h24 al Pronto Soccorso dell’ospedale San Camillo”, uno dei servizi storici di BeFree nella Capitale, che contraddistingue l’approccio della cooperativa. 

L’IMPORTANZA DELLA RETE – “Per noi di BeFree è importantissimo creare reti di relazioni e collaborazione tra i vari servizi che possono lavorare a supporto della donna, motivo per cui i nostri centri antiviolenza si parlano continuamente”, chiarisce la responsabile, che sulla presenza del cav all’interno di un contesto istituzionale osserva: “È favorevole nella misura in cui è importante trasmettere il messaggio che le Istituzioni si facciano carico del fenomeno della violenza di genere. Anche le donne hanno dato maggiore credibilità al nostro centro proprio perché si trova in questa sede. D’altro canto abbiamo dovuto anche far capire alle donne che non c’è una comunicazione interna tra i vari uffici, che siamo assolutamente indipendenti politicamente, ideologicamente e metodologicamente”. 

UN LAVORO D’EQUIPE – Dalla presa in carico in poi, si tratta di “un lavoro d’equipe”, sottolinea l’operatrice del centro Laura Lucamarini, con la donna accompagnata nelle varie fasi di un “progetto specifico e individualizzato”. 

“La difficoltà maggiore che incontriamo è nell’interfacciarci con i servizi che collateralmente contribuiscono ad aiutare la donna- sottolinea Massaro- Perché quando non è condivisa una prospettiva di genere e non si conoscono bene le dinamiche della violenza, è difficile poter parlare lo stesso linguaggio e avere lo stesso obiettivo”. Come spesso succede “con le assistenti sociali, che suggeriscono di mettere le foto del padre, perché i figli altrimenti non lo riconoscono, quando si tratta di un uomo che ha alzato le mani sulla donna o sui bambini”. 

IN TRIBUNALI CIVILI E PICCOLE PROCURE “ANCORA POCA FORMAZIONE” – È proprio “la mancanza di formazione” a creare problemi, anche nei Tribunali. “Nelle procure più piccole ancora si fatica ad ottenere misure cautelari a protezione delle vittime di violenza- osserva l’avvocata Quinto- Nei Tribunali civili la mancanza di una specifica formazione in violenza di genere degli operatori socio-sanitari, dei servizi sociali, la presenza di consulenti tecnici dei giudici nominati per andare ad approfondire e valutare le capacità genitoriali, ancora porta a decisioni contrarie ai principi internazionali”, come quelli contenuti nella Convenzione di Istanbul. Sul Codice Rosso, “è presto per fare un bilancio- conclude la legale di BeFree- Si è rilevata una congestione degli uffici della Procura e nella legge non ci sono risorse previste per potenziarne il personale, né una distinzione tra casi più o meno urgenti. In più, imporre alle donne, spesso in fuga, un’escussione in Procura entro tre giorni può creare una dissonanza cognitiva e molte, impaurite dall’incontro-scontro con le istituzioni, arrivano a ritirare le denunce-querele”. 

“Le donne che abbiamo seguito- conclude Lucamarini- sono effettivamente cambiate molto, in presa di coscienza, consapevolezza e forza. Molte sono riuscite a uscire di casa, ad avere un lavoro, ad allontanarsi da quell’ambiente che le chiudeva, a ricostruirsi una vita. Per un’operatrice questo è tutto, una grande forza, il ritorno dell’energia che abbiamo creato insieme”.

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