Anarkikka: “La violenza sulle donne non è follia, ma un sistema di potere nelle relazioni”

Stefania Spanò è una delle vignettiste più amate dalle femministe italiane
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ROMA – Si scrive Anarkikka, si legge “rinata determinata“. È così, con due aggettivi, che ama definirsi Stefania Spanò, napoletana di 54 anni all’anagrafe, rinata a 42 in una casa di campagna della provincia di Latina “dopo una vita segnata da storie pesanti dalla quale sono uscita in maniera catartica cominciando a raccontare” grazie alla passione per il disegno digitale con il mouse, che l’ha fatta diventare nel giro di meno di dieci anni una delle vignettiste più amate dalle femministe italiane

Poche linee tratteggiano il caschetto nero quasi perfetto del suo personaggio, Anarkikka, fenomeno social da oltre 30mila follower, nato nel 2012 col soprannome di sua figlia, poi diventato il suo alter ego con blog su l’Espresso. Quasi, se non fosse per quella ciocca a forma di virgola che accompagna le emozioni di questa settenne, tutte racchiuse nei suoi occhi a volte tristi a volte stupiti, spesso indignati. Si indigna, Anarkikka, e prende posizione contro un sacco di cose. Soprattutto, contro la violenza maschile sulle donne e quella assistita dai bambini come lei, alla cui infanzia negata dà voce nelle sue tavole, nate sul web e diventate nel tempo mostre itineranti (Violenza assistita, Unchildren, E’ nata donna, Non chiamatelo raptus). 

LA VIOLENZA SULLE DONNE “NON E’ FOLLIA, MA UN SISTEMA DI POTERE NELLE RELAZIONI” – “Quello che tento di raccontare è che la violenza maschile sulle donne non è una follia- spiega Stefania, intervistata dalla Dire in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne- Quella fisica o il femminicidio, le più visibili, sono il prodotto della cultura nella quale viviamo e cresciamo come donne e uomini. Il problema è il sistema di potere che esiste da sempre nella relazione uomo-donna, che va scardinato”. Il suo metodo per scardinarlo, Anarkikka, lo ha trovato. È il commento, pungente e diretto, l’opinione non richiesta, condivisa spesso con le sue anarchiche compagne di vignetta. Fatti di cronaca, agenda politica, poco importa: Anarkikka ha un’idea su tutto. E sopporta pochissimo la narrazione che della violenza di genere fa la stampa italiana. 

“‘Uccisa, fermato il marito visibilmente distrutto’, ‘Ha pur sempre perso la moglie'”, dice con un’amica mentre sfoglia il giornale. Arrabiatissima, urla: “‘Le ha uccise perché le amava troppo’, ma vi sentite?”. Sarcastica, commenta: “‘In Italia hai solo sei mesi per denunciare uno stupro’. ‘I tempi veloci della giustizia’”. Poi sentenzia lapidaria: “Ddl Pillon: più che un disegno uno scarabocchio”. E si domanda: “Avete mai visto un uomo colto da raptus aggredirne un altro grande e grosso?”. Diritti negati, migranti morti in mare, odiatori di professione. Anarkikka è un fiume in piena e non fa sconti a nessuno. Ma il suo pallino sono e restano le donne. 

“SÌ, SONO FEMMINISTA, PERCHÈ CE N’È BISOGNO” – “Ho scelto di raccontare l’universo femminile perché era il tema in cui mi sentivo più coinvolta, in quanto donna e sopravvissuta- sottolinea Stefania- Non faccio parte della generazione del femminismo storico, ma di quella che pensava di aver conquistato dei diritti. Poi mi sono resa conto vivendo, che questi diritti si rischiava di perderli e mi sono data molto da fare da quando ho avvertito che c’era stato un salto anche culturale da questo punto di vista”. Una cesura che l’ha fatta nascere all’attivismo da adulta, anche se Stefania fa fatica ancora oggi a definirsi femminista. “Ho talmente tanto rispetto di quella storia che non me la sento di appropriarmene”, dice. Ma poi precisa: “C’è un nuovo femminismo oggi necessario. E quindi sì, sono femminista, perché ce n’è bisogno”. E c’è bisogno, soprattutto, “di non dividersi- osserva la vignettista- Alcune femministe adulte non si aprono alle più giovani. Io cerco di parlare a loro, a tutte. A chi è femminista e non sa di esserlo o ha una vita molto distante dalla mia. Bisogna parlare a tutte le donne e dalle giovani dobbiamo imparare”. 

DAL FENOMENO SOCIAL ALLE MOSTRE IN TUTTA ITALIA – Sul come, pochi dubbi. “Anarkikka nasce su Facebook quando sono andata a vivere in campagna sperduta tra gli ulivi e l’unico modo che avevo per relazionarmi col mondo era la rete- racconta- I social sono uno strumento potentissimo. Io ero timidissima e mi hanno aiutato tanto ad entrare in contatto con persone con cui pensavo di non essere all’altezza”. 

Nel frattempo, Anarkikka, appesa con ‘Violenza assistita’ sui muri del centro antiviolenza ‘Donna Lilith’ di Latina, dove è di casa, porta la sua giovane irriverenza in giro per la penisola. “In questo momento ci sono mostre a Rimini, a Quarto Oggiaro, a Ogliastra in Sardegna, a Padova, in provincia di Bolzano, a Castelfiorentino”, racconta ancora Stefania, che per il 25 novembre lancia un triplo appello: “Al mio pubblico dico che bisogna crederci, anche se siamo un po’ scoraggiati dalla situazione politica. Dobbiamo sostenerci e non dividerci, capire cosa va scardinato. Alla politica- continua- chiedo un punto fermo sull’alienazione genitoriale. Va rivista la legge 54 sulla bigenitorialità perfetta che perfetta non è, e nei casi di violenza non può esserlo. Stanno avvenendo aberrazioni: bambini tolti a mamme che hanno già subito violenza e che poi sono costrette a subire un ricatto istituzionale, attraverso un costrutto ascientifico. È un crimine di Stato”. 

E alle donne che vogliono uscire dalla violenza dice: “Quello che vi succede non succede solo a voi, non è colpa vostra. Ho qualche problema a dirvi di denunciare, perché non basta. Non affrontate tutto da sole, soprattutto quando ci sono i figli. La chiave è raccontarsi ad altre donne e, prima di denunciare, cercare una rete di sostegno”.

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