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Dal 2008 al 2018 il “decennio perduto” dell’economia romana

Camera di commercio e Bankitalia avvertono: investimenti e Pnrr per far crescere l'economia

Pubblicato:25-09-2023 17:26
Ultimo aggiornamento:25-09-2023 17:31

colosseo biglietto
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ROMA – Roma ha perso un decennio. Si è fermata, ha perso quota, è rimasta indietro. Non a causa del Covid, non adesso. Ma tra il 2008 e il 2018, quando il mondo cercava di reagire alla crisi finanziaria e la Capitale d’Italia faceva più fatica delle sue cugine europee e anche delle altre sorelle nazionali, Milano in primis. In quel decennio, definito ‘perduto’ dagli addetti ai lavori, la Città eterna ha visto un calo degli investimenti pubblici e privati, a fronte di un aumento dell’occupazione meno qualificata, accompagnato da una performance deludente delle grandi imprese. Tutti “cambiamenti strutturali” che hanno accentuato la polarizzazione nel mercato del lavoro tra competenze elevatissime da un lato e molto basse dall’altro, cosa che ha accentuato la disuguaglianza sociale. Una bassa quota da cui Roma è riuscita a risalire – “e lo si è visto anche durante il Covid” – ma su cui è necessario non tornare, assicurando alla città un futuro più equilibrato. Per questo la Camera di commercio di Roma insieme alla Banca d’Italia ha unito la forza dei dati, disegnando il recentissimo passato della Capitale e delineando i punti di forza da cui ripartire nel rapporto ‘L’economia di Roma negli anni Duemila. Cambiamenti strutturali, mercato del lavoro, diseguaglianze’.

TAGLIAVANTI: “IL NUOVO DECENNIO SIA DI SVILUPPO”

“Il decennio perduto dell’economia romana è stato terribile, Roma si è piantata e non ha aumentato né la sua produttività né la sua capacità di creare ricchezza. Questo ha significato il fatto che il posizionamento di Roma è andato scendendo non solo con le Capitali europee, ma anche con le città italiane e con quella di raffronto più importante: Milano. Roma- ha commentato il presidente della Camera di commercio di Roma, Lorenzo Tagliavanti- non è riuscita a ricostruire un sistema economico in grado di interpretare una fase di grandi cambiamenti della globalizzazione e dell’innovazione. Ma non tutto è negativo: dal punto di vista sociale la città ha reagito bene, le imprese in quel periodo sono cresciute, ma erano troppo piccole e in settori tradizionali, gli occupati erano cresciuti, ma non era una buona occupazione, erano i ‘lavoretti’. Dal punto di vista sociale è stato fatto un grande sforzo, ma dal punto di vista economico i risultati sono stati assai deludenti. Dobbiamo riflettere su quel decennio perché non lo vogliamo più. Dopo la fase buona di Roma nel momento pur drammatico della pandemia e della ripresa, dobbiamo ricostruire un sistema economico in grado di creare un nuovo decennio fatto di sviluppo e crescita economica”.

BRANDOLINI: “IL FUTURO? BISOGNA CAPIRE CHE IL MONDO STA CAMBIANDO”

Da dove ripartire, dunque? Prima di tutto dagli investimenti pubblici e dall’occasione che arriva dai fondi del Pnrr. Ma anche dal miglioramento dei servizi pubblici, come sanità, trasporti e istruzione, e dalla valorizzazione dei punti di forza della Capitale, come la presenza delle università e dei centri di ricerca, cercando un maggiore collegamento con le imprese. E poi il turismo, questa croce e delizia della Capitale che rappresenta un grande potenziale ma che va gestito e governato, altrimenti continuerà a essere poco più di un fardello, data la bassa capacità di spesa registrata spesso tra le grandi masse di visitatori.


“Quello che è avvenuto in questi ultimi 20 anni a Roma è il riflesso di ciò che è successo nel Paese. Dal 2000 al 2019 il Pil pro capite, a parità di potere d’acquisto, ha perso oltre dieci posizioni rispetto alla media europea. Perché questo ristagno dell’economia italiana e romana? A causa di alcuni tratti strutturali- ha spiegato Andrea Brandolini, vicecapo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia- tra cui la distribuzione dimensionale delle imprese, sbilanciata verso le pmi che hanno difficoltà a innovare e a posizionarsi sui mercati internazionali. Poi gli insufficienti livelli di istruzione, l’inefficienza della pubblica amministrazione e una insufficiente concorrenza in molti settori. Oggi possiamo rilevare un dato positivo, che è la notevole capacità di resistenza dell’economia di Roma e dell’Italia sulla pandemia. Questo è motivo di minor pessimismo. Ma i problemi che emergono dal rapporto rimangono. Per esempio- ha detto ancora- l’offerta della qualità dei taxi a Roma è inaccettabile, così come il saldo migratorio dei laureati ci deve preoccupare, perché vuol dire che questa città non è più in grado di attrarli e questo genera una perdita di capitale umano. I grandi eventi hanno la capacità di catalizzare risorse e intelligenze, ma per essere duraturi devono riguardare la gestione quotidiana della città. E poi, le difficoltà legate al Pnrr riflettono la debolezza intrinseca dell’amministrazione italiana. Quando ragioniamo sul futuro- ha concluso- dobbiamo pensare a un mondo che sta cambiando“.

I DATI

Il rapporto spiega con la precisione dei numeri che cosa è successo a Roma in vent’anni. A partire dal 2001, quando nell’area metropolitana di Roma il Pil pro capite a prezzi costanti era pari a circa 55.000 dollari, superiore a quello di Berlino, Madrid e Atene, e di poco inferiore a quello di Parigi. Nell’arco di quasi un ventennio, si legge nello studio, fino al 2018, il Pil pro capite della Città eterna è diminuito dell’11%. Il negativo andamento del Pil pro capite, ha specificato Antonio Cinque, direttore della sede romana della Banca d’Italia, è spiegato da quello ancor più deludente della produttività del lavoro misurata come rapporto tra Pil e numero di occupati, diminuita del 15,8%, a fronte degli aumenti registrati da Berlino, Madrid e soprattutto Parigi.

I settori che sono cresciuti di più sono quelli dei servizi tradizionali, a bassa intensità di conoscenza, come commercio e ristorazione. Questo ha determinato una perdita di specializzazione che è stata trainata soprattutto dal turismo, sempre più di massa e sempre meno spendente. Così, questa polarizzazione tra i mestieri a bassa intensità di conoscenza e quelli invece ad altissima specializzazione, pure presenti nella Capitale grazie alle università e i centri di ricerca, ha determinato un aumento delle diseguaglianze e, dunque, anche un abbassamento della qualità della vita, facendo risultare Roma l’unica città in cui il giudizio dei cittadini è peggiorato nel tempo: la quota di abitanti soddisfatti è diminuita nel 2019 al 74,2%, divenendo inferiore alle percentuali di Parigi, Berlino e Madrid e avvicinandosi a quella di Atene.
Al quadro economico si aggiunge il ruolo della pubblica amministrazione, che a Roma ha fatto registrare un arretramento in termini di addetti e di investimenti, la cui spesa si è espansa fino al 2012 per poi diminuire sensibilmente, attestandosi in termini pro capite su valori sempre inferiori a quelli dei Comuni italiani.

LE REAZIONI

Insomma, “dalla grande bellezza a spreco di capitale, soprattutto umano”, questo è il quadro emerso dal rapporto, alla cui presentazione hanno preso parte anche i protagonisti della vita pubblica e economica del Paese. ‘Oggi c’è bisogno di ottimismo- ha detto il presidente di Unindustria, Angelo Camilli– i dati molto dettagliati raccontano una realtà su cui da anni cerchiamo di lanciare un allarme. L’attrattività di Roma è scesa e la pubblica amministrazione ha abdicato al suo ruolo. Il dato sugli investimenti pesa tantissimo nello sviluppo della città e del suo valore aggiunto e si fa fatica anche nel rapporto tra istituzioni che fanno ricerca e le imprese. Anche il Pnrr spinge in questa direzione, ma si fa una fatica terribile a passare da una logica di spesa pubblica alla realizzazione di un progetto strutturale che pensi al dopo Pnrr”. Secondo Camilli “c’è una scarsa consapevolezza dei punti di forza delle nostre imprese, ma Roma e il Lazio hanno dei settori industriali molto importanti. Dobbiamo riportare al centro della politica industriale la crescita e lo sviluppo del nostro sviluppo imprenditoriale”.

Giubileo, Expo, Pnrr e fondi europei sono solo alcuni dei temi che oggi Roma e il Lazio si trovano di fronte. “L’elemento di maggiore fragilità credo sia quello di un disallineamento- ha detto l’assessora alle Attività produttive e vicepresidente della Regione Lazio, Roberta Angelilli– Il contesto a volte è mancato non solo per gli adeguati investimenti, ma non c’è stata una visione condivisa. E questa fragilità la dobbiamo superare insieme. A Roma e nel Lazio ci sono punti di forza straordinari, come l’aerospazio e la farmaceutica. Si può fare di più, ma questa è una regione competitiva. In questi giorni stiamo lottando per la candidatura di Roma all’Expo. Siamo pronti e c’è un fattore di unità. Se vinciamo questa sfida sarà un motore vero”.

Monica Lucarelli, assessora alle Attività produttive di Roma Capitale, ha puntato sulla necessità di lavorare sulla qualità dei dipendenti della pubblica amministrazione e sugli investimenti che sono stati “scarsi. Per troppi anni- ha detto- la pubblica amministrazione ha investito poco e questo vuol dire anche non allenarsi a fare i bandi di gara. E poi è importante trovate un collegamento tra ricerca e imprese. Ma Roma non ha luoghi di aggregazione dei cervelli. Ecco perché abbiamo usato i Pui, i Piani urbani integrati, per portarli a Tor Bella Monaca, Santa Maria della Pietà e Corviale: è un modo concreto per aumentare le competenze”.

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