TERAMO – Ci sono luoghi in Italia dove gli eventi musicali hanno attecchito in modo unico e singolare, generando cultura, turismo artistico, attenzione internazionale. Si pensi a Perugia (con l’Umbria Jazz), Spoleto (con il Festival dei due mondi), Porretta Terme (con il Soul music festival), Rovigo (con il Delta Blues). Ed ora anche Teramo si candida a far parte di questo novero di piccoli centri ad alta vocazione di richiamo musicale. Nella città abruzzese giunge quest’anno alla sua quarta edizione il MoonJune Festival, manifestazione itinerante “di musica progressive ed eclettica” ideata e promossa da Leonardo Pavkovic (creatore della etichetta discografica MoonJune) e da Emiliano di Serafino, che presenta un cartellone artistico mozzafiato con concerti spalmati su quattro giornate ed una fitta serie di eventi collaterali, presentazioni di libri, interviste in pubblico, anticipazioni di progetti discografici.
Basta vedere la programmazione dei concerti – con gli intramontabili napoletani Osanna di Lino Vairetti, i britannici Soft Machine, la presenza di Derek Shulman dei Gentle Giant, gli straordinari Markus Reuter e Gary Husband e la perla finale dei Gong con Steve Hillage – per comprendere che si tratta di un festival ad altissima gradazione “progressive”. Se è vero che con questa definizione si va ad identificare un mondo troppo vasto per essere delimitato e che comprende Yes e Genesis, EL&P ed anche Colosseum, la scelta degli organizzatori di Teramo è quella di concentrarsi piü sulla scena di Canterbury, sull’avant-rock e sulle mille contaminazioni rese possibili da musicisti di impressionante qualità compositiva ed interpretativa.
Un pubblico selezionato ed in gran parte proveniente da mezza Europa (il MoonJune festival è ad oggi una iniziativa itinerante, che quindi porta con sè ogni anno una carovana di appassionati inglesi, francesi, tedeschi e dall’Est Europa) ha cosí goduto ieri sera di due proposte eclettiche: quella di Gary Husband (musicista dalla storia stellare, con collaborazioni che vanno da John McLaughlin a Billy Cobham, da Jack Bruce e Gary Moore, oltre ad una carriera pop di successo con i Level 42), forse unica nel suo genere, perchè parliamo di un percussionista-pianista capace di proporre un set musicale di impianto jazzistico in cui tastiera e batteria suonate in contemporanea compongono un quadro artistico inedito e sorprendente; e quella di Steve Hillage (chitarrista dalla storia leggendaria che domani sera sarà protagonista del concerto conclusivo con i Gong) con Miquette Giraudy, un viaggio titolato “Rainbow Dome Musick”, in cui delay, campionamenti e riferimenti ambient hanno creato una tela sonora di grande coimvolgimento psichedelico.

Pubblico caldissimo in una serata freddissima (il Gran Sasso è vicino) e così quando i Soft Machine salgono sul palco per il concerto clou della giornata c’è la sensazione di vivere un evento di portata internazionale nella piccola piazza Sant’Anna dove si innestano reperti romani, logge quattrocentesche e cattedrale romanica. La band inglese nata a metà degli Anni 60 e tra le portabandiera del Canterbury Sound è oggi formata da Theo Travis (fiati e tastiere), John Ethridge (chitarra), Freddy Baker (basso) e Asaf Sirkis (batteria), che ne fanno una formazione di strumentisti imbattibili a cui per la deconda parte del concerto si è unito Gary Husband aumentando (se possibile) il peso specifico della qualità artistica in scena.
Per circa novanta minuti la formazione britannica ha “insegnato musica”, pescando dal proprio repertorio storico ed anche dall’ultimo album, Thirtheen, uscito in aprile. Da Open Road a Lemon Poet Song, da Waltz for Robert (dedicata all’amico batterista Robert Wyatt) alla veemente e debordante Turmoil, Travis, Ethridge e compagni hanno chiarito cosa significa essere maestri in quel territorio esplorativo dove rock, jazz e sperimentazione controllata permettono di distruggere i confini tra i generi. Classe pura, capacità di rileggere la propria produzione passata (come per Out Bloody Rageous), simpatia in scena (soprattutto grazie ad Ethridge, autentico frontman della formazione), sguardo verso il futuro e nuove soluzioni ritmico-compositive: quando dei capostipiti riescono ad interpretare questi ingredienti come fanno i Soft Machine, possiamo star certi di poter godere ancora di grande musica, anche se non è applaudita dal pubblico di uno stadio. Nel complesso è stata una serata artistica sicuramente complessa e poliedrica, stimolante e fascinosa come poche altre. Nella speranza che MoonJune a Teramo trovi “casa” anche per le edizioni future.




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