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Pokemon go, la App che ha sostituito la caccia al tesoro

Castelbianco: "La grande perplessità? Non c’è limite d’età"
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“Venti anni fa si giocava alla caccia al tesoro e si andava alla ricerca di indizi che aiutavano a superare prove e indovinelli, adesso c’è Pokemon go, una caccia al tesoro virtuale a cui tutti possono partecipare. L’obiettivo è cambiato: non c’è più il premio, l’importante è catturare il maggior numero di Poket Monster (mostri tascabili), per poi potenziarli e farli evolvere”. A spiegare questa nuova mania è Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), che nelle 151 creature fantastiche vede sia vizi che virtù.

“Progettare un videogioco che mette tutti in moto- continua il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO)- impegnando e attivando i giovani, perché li costringe ad uscire di casa per catturare un Pokemon, ha certamente aspetti positivi. I dubbi emergono, invece, nella scelta di alcuni luoghi d’incontro- avverte il terapeuta-. Le palestre, quei punti di interesse sparsi nel mondo (musei, chiese, statue e altro) dove poter allenare i Pokemon, catturati e farli combattere, possono essere collocate ovunque. Sarebbe opportuno prestare una maggiore attenzione su questo aspetto per evitare che un’attività giocosa si trasformi in un’esperienza traumatica, oltre che imbarazzante, a causa di possibili strumentalizzazioni da parte di malviventi e/o pedofili pronti ad utilizzare le palestre come esca per i minori”.

Andando poi ad aprire l’App si nota che il PEGI (Pan European Game Information) classifica il videogioco con il codice 3: ‘Materiale specifico consigliato e adatto a qualunque fascia d’età’. Un dato, secondo Castelbianco, da cui origina “la più grande perplessità. Tutti i bambini dai 3 ai 10 anni dovrebbero avere il telefonino e una piena libertà di movimento?- chiede lo psicologo- Sarebbe stato opportuno garantire l’accesso solo agli adolescenti dalla Prima Media in poi, spingendo i più piccoli verso giochi con un alto valore educativo e relazionale come l’acchiapparello, il nascondino, il calcio o altro”.

Sul possibile effetto terapeutico che la App avrebbe sull’ansia e la depressione, il direttore dell’IdO conclude: “Non è corretto sostenere che tale applicazione possa avere un effetto terapeutico sulle persone ansiose. Non solo perché non è una terapia, ma soprattutto in quanto l’unica funzione che svolge è quella di offrire un momento di distrazione e di scarico dalle responsabilità. Si tratta di un progetto organizzato e ideato da terzi, che il soggetto ansioso segue- chiarisce lo psicoterapeuta- e seguendolo non è vittima della propria ansia. Una soluzione, però, che non rappresenta una cura”.

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