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Afghanistan, l’appello di una rifugiata in Pakistan: “Italia se mi dimentichi muoio”

Il racconto di Maryam: "Mi hanno promesso un volo, vivo controllando la casella email"

rifugiata aghana in pakistan

ROMA – “Prima dell’avvento dei talebani lavoravo come giornalista e attivista per i diritti umani. Dato che ho anche divorziato, sono diventata un simbolo e in tanti hanno voluto conoscere la mia storia ma questo mi ha procurato anche minacce di morte dei talebani ‘per aver violato i valori dell’Islam’. Vivevo da sola ma ce la facevo. Con la caduta di Kabul è cambiato tutto: ho dovuto nascondermi, perché ho un viso conosciuto, e ho persino pensato di togliermi la vita. Avevo già comprato il veleno. Alla fine sono scappata in Pakistan tramite un trafficante: è stata l’esperienza più spaventosa della mia vita, avrebbe potuto succedermi di tutto”.
Maryam, un nome di fantasia, è una rifugiata afghana. A raccogliere la sua testimonianza è Arci, organizzazione firmataria del protocollo per i corridoi umanitari che ha destinato la propria quota alle donne attiviste, giornaliste e alle persone lgbt che grazie alla collaborazione con Pangea e Nove Onlus sono accolte in varie case protette in Pakistan, in attesa che partano i voli umanitari per l’Italia.

Il viaggio rientra nell’accordo che il governo italiano e varie organizzazioni tra cui Cei, Sant’Egidio e Tavola valdese ha siglato il 4 novembre scorso e prevede 1.200 posti per i profughi afghani in Pakistan e Iran “in gravi condizioni di vulnerabilità”. Ma a quasi sette mesi dalla firma del protocollo, denunciano le associazioni, sentite dall’agenzia Dire, questi voli non sono mai partiti. Stando a quanto ha riferito il ministero dell’Interno alle associazioni, il ritardo è dovuto alla mancanza della macchinetta per le impronte digitali presso le ambasciate d’Italia a Islamabad e Teheran, uno strumento indispensabile alle procedure di registrazione dei rifugiati.

Questo nonostante il governo Draghi, all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani e la conseguente uscita della missione militare Usa sotto il cappello Nato, abbia attivato un ponte aereo che ha permesso a oltre 5mila afghani di lasciare il Paese. Cifra che però le forze politiche avevano in modo compatto promesso di aumentare a fronte dell’enorme numero di persone “non gradite” ai nuovi signori di Kabul: giornalisti, accademici, attivisti, difensori dei diritti umani, interpreti, cooperanti, oppositori ed esponenti di minoranze etniche, religiose o sociali – come la comunità Lgbt – e naturalmente donne: tante le categorie di persone ritenute “pericolose” poiché portatrici di un’idea di cambiamento troppo lontana per gli estremisti, che hanno reagito rapendo, minacciando, picchiando e addirittura in alcuni casi, uccidendo, come hanno denunciato media e organismi internazionali.

A tante persone come Maryam, un’affermata giornalista fino al 15 agosto scorso, l’unica via di salvezza era raggiungere un Paese vicino. “Circolavano storie terribili su ciò che i talebani facevano alle donne come me: dagli stupri alla schiavitù sessuale” denuncia. Ma neanche in Pakistan Maryam può avere una vita normale: “Sono entrata illegalmente e non avere un visto significa non poter lavorare, andare in altre città né avere assistenza sanitaria. Ad esempio, ottenere il vaccino contro il Covid-19 è una sfida. Neanche l’Unhcr offre programmi per il reinsediamento e l’assistenza ai rifugiati. E in una società tradizionale come questa, è dura essere una donna sola: vivo in perenne stato di pericolo”.

Per questo la giornalista si è rivolta a tante organizzazioni internazionali per poter raggiungere un altro Paese: “Ho ricevuto solo risposte incerte- racconta- poi, a novembre, Arci mi ha proposto di venire in Italia”. Da allora, sette mesi di attesa non privi di costi, economici e soprattutto psicologici. “Mi sembra di morire lentamente- dice Maryam- Le mie giornate iniziano controllando la casella email nella speranza di ricevere qualche messaggio felice. Seguire le notizie relative all’immigrazione e ai rifugiati è anche il mio lavoro. Però sono una persona che vive da sola lontana dal suo Paese. Ci sono giorni in cui lo sconforto ha il sopravvento, allora chiudo la tenda della mia piccola stanza e resto al buio per ore”.

La più grande paura della donna è “perdere tutte le opportunità e i sogni che ho disegnato per me stessa. Come giornalista e attivista per i diritti umani mi aspetto attenzione e assistenza immediata per la mia situazione. Ma se il mondo e i governi continueranno a tacere, condanneranno a morte le mie speranze e quelle di tutti i miei colleghi. Ma ho fiducia nelle organizzazioni umanitarie perché saranno in grado di farmi riassaporare la dolcezza della libertà, della sicurezza e di una vita migliore”.

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2022-05-25T13:18:45+02:00