VIDEO | Coronavirus, Laiga: “Interruzioni volontaria di gravidanza urgente come appendicite, no chiusura interventi”

Silvana Agatone, presidente di Laiga: "Subito linee guida nazionali; più farmacologico a casa, come in Francia"
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ROMA – “Temiamo che le attività relative alle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) vengano chiuse da direttori sanitari e amministratori che non hanno le idee chiare e che, d’altronde, non hanno ricevuto direttive nazionali in tal senso, né magari sanno che l’Ivg è un intervento d’urgenza. Ci stanno arrivando segnalazioni di problemi dagli ospedali della Lombardia e dalle Marche. La nostra preoccupazione è che l’emergenza coronavirus porti ad una limitazione ulteriore del diritto delle donne a interrompere una gravidanza”.

IL VADEMECUM DI LAIGA

L’allarme arriva da Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 (Laiga), che due giorni fa, in assenza di linee guida nazionali emanate dal ministero della Salute, ha inviato a buona parte dei medici ginecologi della rete Laiga un’email per fornire un primo strumento di orientamento. “Abbiamo deciso di ripuntualizzare con un vademecum alcuni aspetti della legge 194 in cui l’Ivg è sempre considerata un intervento d’urgenza che, quindi, va garantito anche in emergenza”, spiega Agatone intervistata dall’agenzia Dire.

In particolare, ribadisce il vademecum di Laiga, “l’intervento ha carattere d’urgenza sempre, sia se viene riscontrata dal medico la condizione tale da rendere urgente l’intervento (art. 5), sia quando, rilasciato il certificato in cui la donna viene invitata a soprassedere per sette giorni, una volta trascorsi si ha titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento (art. 8)”.

Inoltre, si legge ancora, “i centri per Ivg non possono rifiutare l’intervento a pazienti non residenti”. Una puntualizzazione importante perché “in Lombardia, per esempio, una paziente di Lodi, quando ancora non era zona rossa, non è riuscita a fare l’Ivg nel suo ospedale perché avevano bloccato tutto – racconta Agatone – Andata a Milano, sentiti i vari ospedali, le unità di crisi hanno deciso di non prendere persone da Lodi, che era ancora zona arancione. Alla fine questa donna ha continuato a muoversi ed è riuscita a farla a Crema”.

Già prima dell’emergenza molte donne erano costrette a spostarsi per praticare un’Ivg “offerta da poco più della metà degli ospedali italiani”, ricorda la presidente di Laiga, che raccoglie i medici ginecologi non obiettori. L’impossibilità per le donne di spostarsi dal proprio territorio, quindi, crea un problema nel problema. “Siccome i posti in rianimazione sono stati bloccati per le disposizioni sul coronavirus, tutta l’attività chirurgica, tranne, per esempio, gli interventi per appendicite, è stata bloccata con un danno enorme – sottolinea la ginecologa – Quando hanno bloccato la chirurgia in generale hanno bloccato anche le Ivg e ora alcuni si stanno organizzando per praticarle soltanto a donne che provengono dal territorio in cui insiste l’ospedale. Ma questo sta diventando un problema, perché il diritto ad un’Ivg viene impedito perché spesso non si sa cosa fare”.

ASPETTANDO L’OMS, LE LINEE GUIDA DEL CNGOF

In soccorso dei ginecologi italiani, però, in attesa delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “abbiamo inviato, assieme al vademecum, le linee guida emanate da una società scientifica francese, che sono in via di aggiornamento”, fa sapere Agatone. Al 17 marzo, il College National des Gynecologues et Obstetriciens Francais (CNGOF) per le Ivg durante l’emergenza Covid-19 raccomanda, tra le altre cose: la limitazione delle consultazioni presso il servizio Ivg, mantenendo le consultazioni per la richiesta e annullando quelle sulla contraccezione; l’annullamento delle consultazioni post, inviando la paziente alle urgenze ginecologiche in caso di problemi riferiti durante la telefonata per la cancellazione della consultazione. E ancora: la limitazione delle cure, della durata e della complessità in ospedale, incoraggiando, con adeguata informazione alla paziente, l’Ivg farmacologica; favorendo l’aborto chirurgico in anestesia locale – sempre spiegando i motivi alla paziente -; raggruppando in un unico luogo e accesso consulto ginecologico, anestesista, campioni biologici, ecografia di datazione; e non accettando accompagnatori.

ABORTI CLANDESTINI E GRAVIDANZE INDESIDERATE

Il pericolo, se non si interviene, “potrebbe essere che le donne ricorrano ancora agli aborti clandestini o che siano costrette a portate avanti gravidanze indesiderate”. Per questo, Laiga, in questa fase, si propone non solo di fare informazione e orientamento per i ginecologi, ma anche di monitorare cosa succede negli ospedali italiani: “Stiamo chiedendo ai colleghi di farci sapere quali sono le problematiche sui territori e capire, se li hanno risolti, come li hanno risolti”, aggiunge Agatone, che propone una soluzione in tre step.

IGV FARMACOLOGICA E MODELLO ALLA FRANCESE

“Occorrono subito direttive nazionali sulla questione Ivg, che non può essere affrontata regione per regione, come accade normalmente, né ospedale per ospedale, perché magari alcuni saranno bravi a riorganizzarsi, altri meno – sottolinea – Se il ministero non ha indicazioni, deve prenderle da altri Paesi”. Paesi come la Francia: “È il momento di rilanciare l’Ivg farmacologica oltre il tempo previsto, arrivando anche in Italia fino alla nona settimana, com’è in tutta Europa – propone poi la ginecologa – In questa emergenza occorre renderlo fattibile a casa, com’è da vent’anni in Francia. In Italia, invece – ricorda – in alcune regioni si fa in day hospital, anche con più passaggi in ospedale (dalle due alle quattro volte), in altre bisogna fare tre giorni di ricovero. Prendiamo ad esempio il modello francese che funziona da vent’anni”.

L’URGENZA DEL TRATTAMENTO

Infine, “le Ivg non si possono bloccare perché, come dice la legge, sono interventi urgenti, al pari di un’appendicite”, avverte Agatone, in disaccordo anche sulle modalità di gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19 in Italia.

“Dopo aver foraggiato cliniche private e ospedali religiosi in più di dieci anni, hanno caricato gli ospedali pubblici di questo problema – osserva la ginecologa – Così, però, crei focolai tra i medici e rendi pericolosa la vita ospedaliera anche di pazienti gravi, che magari arrivano in Pronto Soccorso con infarti, ictus o tubercolosi. Secondo me – conclude – dovevano essere creati centri appositi, utilizzando ospedali militari o cliniche private che avessero almeno il compito di fare una prima scrematura, non caricare gli ospedali di tutto”.

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25 Marzo 2020
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