Anarkikka da oggi sugli scaffali con ‘Smettetela di farci la festa’

anarkikka smettetela di farci la festa
La vignettista femminista Stefania Spanò alla sua prima impresa editoriale per "svelare la cultura e il linguaggio utilizzato nel narrare le storie di violenza sulle donne"
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ROMA – ‘Uccisa da un raptus’. Sbagliato: uccisa da un uomo. ‘Vittima di un amore criminale’. Sbagliato: vittima di un criminale. ‘Strangola una prostituta’. Sbagliato: strangola una donna. Sembra di vederla Anarkikka mentre elimina con la penna rossa la violenza dalle parole del racconto mediatico sui femminicidi.

Alcune istantanee di questa lotta alla narrazione tossica della violenza sulle donne combattuta sul filo delle parole Stefania Anarkikka Spanò, femminista prima ancora che vignettista, ha voluto raccoglierle in un’ottantina di tavole disegnate negli ultimi anni – alcune inedite – nel suo ‘Smettetela di farci la festa’, da oggi nelle librerie italiane per la collana Tracce della casa editrice People, con la prefazione della giornalista de ‘Il Post’ e blogger femminista Giulia Siviero.

Un libro sugli stereotipi di genere e sul femminicidio, in questo scorcio di 2021 in cui la criminale scia di sangue delle donne assassinate per mano degli uomini continua ad allungarsi senza sosta. Un libro di una vignettista, donna e femminista, in un panorama editoriale in cui “sanno che esisti e che sei brava, ma poi ti dimenticano”, perché le vignettiste sono mosche bianche che faticano a ottenere visibilità.

IL RACCONTO MEDIATICO DELLA VIOLENZA? INTRISO DI SESSISMO

“È il mio primo libro e mostra quello che siamo come società- spiega in un’intervista all’agenzia di stampa Dire Anarkikka, seguita su Facebook e Instagram da un pubblico di oltre 40mila follower-. Ho voluto riassumere o mettere in ordine un percorso iniziato dieci anni fa, che mi ha visto impegnata nello svelare la cultura e il linguaggio utilizzato nel narrare le storie di violenza sulle donne. Quel racconto dei media che è lo specchio della realtà, del modo in cui si esprime ognuno di noi, del modo di guardare a questo fenomeno intriso di sessismo, stereotipi e ulteriore svilimento delle donne, considerate quasi artefici del proprio destino violento o della propria morte”. E in questo solco sta il titolo ‘Smettetela di farci la festa’, “che riprende una delle mie prime vignette e ‘gioca’ sull’idea dell’8 marzo, che festa non è, e sul fatto che invece le donne continuano a morire. La sensazione- osserva l’autrice- è che più si riprendono la vita in mano più il fenomeno degenera in quelli che io chiamo veri e propri agguati, una risposta aggressiva che lascia interdette”.

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‘”Se l’è andata a cercare”. Quando va in scena Stupro all’italiana’ dice il 2 settembre 2016 “la personaggia”, come la vignettista chiama Anarkikka, il suo alter ego dall’inconfondibile caschetto nero. ‘”Le ha uccise perché le amava troppo”, ma vi sentite?’, chiede nel febbraio del 2018, quando Luigi Capasso colpisce la moglie con tre colpi di arma da fuoco e uccide le figlie nel sonno, per poi togliersi la vita. “Non ho seguito uno schema cronologico- chiarisce-: le tavole sono volutamente random, perché il messaggio che volevo lanciare è che la situazione è la stessa, non contano gli anni”.

Nel mirino della pupazza c’è “la narrazione che i media fanno dei femminicidi”, quando “invece di raccontare semplicemente che c’è un uomo che uccide si romanza e si tende a empatizzare col carnefice, più che con la vittima”, denuncia la vignettista. Così, spesso “ci troviamo di fronte ad articoli e servizi rivittimizzanti in cui lei ‘se l’è cercata’ o che giustificano un atto criminale come un momento di follia, un gesto isolato di una persona che perde il lume della ragione”. In realtà “l’unico risultato è quello di allontanare da noi come società la responsabilità di mettere in atto un cambiamento culturale”, e il danno, manco a dirlo, è assicurato “per tutti”, perché questa narrazione “non aiuta la comprensione reale di un fenomeno che è strutturale, non emergenziale”.

ANARKIKKA SI RIBELLA E MOSTRA LE FALLE DELLA NARRAZIONE TOSSICA

Anarkikka arrabbiata, sfinita, stupita, si ribella e manifesta coi pugni alzati, “mostra la falla, fotografa e rigira a chi la legge cosa dobbiamo smettere di fare per raccontare un mondo nuovo”. Il primo passo per soddisfare il suo rivisitato motto ‘In media IUSTA stat virtus’, secondo la vignettista, è “essere più asettici nella scelta delle parole, non farsi coinvolgere dall’aspetto emotivo della violenza”, dagli accenti passionali, “non ricamarci su”, eliminando le parole tossiche come “raptus”. Poi “empatizzare con la vittima, analizzare la sua storia, senza però scavare nel torbido” nel tentativo di pescare fantomatiche colpe della donna che giustifichino un “movente”. Perché un movente in un femminicidio non c’è, e, se esiste, sta tutto nello “squilibrio di potere” che caratterizza le relazioni uomo-donna.

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Insomma, Anarkikka punta alla luna, non guarda il dito, e la sua potenza sta nell’essere “diretta e immediata”, sempre pronta “alla battuta e alla risposta, una capacità che non sapevo di avere e ho scoperto per caso- confessa l’autrice- Ho fatto un percorso come donna attraverso Anarkikka, con lei sono cresciuta”, dice.

Il volume, che sarà presentato l’8 marzo durante un evento-maratona organizzato dal Comune di Latina, è dedicato “ai miei nipoti e alle mie nonne- fa sapere- perché è per i piccoli, i giovani, che sono sicura riusciranno a realizzare la parità, un cambiamento sociale che aiuterebbe tutti a evolversi in un mondo migliore. E perché mia nonna, prima di morire, mi ha fatto promettere che sarei stata felice: da quel giorno la mia vita è cambiata”.

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