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Rocci Denis, l’ingegnera aerospaziale che produce cibo gourmet per gli scalatori

SPECIALE DONNE AL COMANDO | L'idea? "Mi è venuta in Nepal, mentre ero sola a seimila metri"

sara rocci denis

di Laura Monti

ROMA – “A 11 anni, con i miei genitori, ho scalato una vetta di 4000 metri insieme a mio fratello, che ne aveva 9. La passione per la montagna è radicata in me fin dall’infanzia“. A raccontarsi così in un’intervista all’agenzia Dire è Sara Rocci Denis, una donna che non è possibile inquadrare con un solo aggettivo: ingegnera aerospaziale, alpinista, imprenditrice, appassionata di viaggi e avventure, di cucina… .

LA START-UP EATFREEDOM: CIBO PER ALPINISTI DI ALTA QUOTA

Tante vocazioni, non facili da inseguire, che dal 2011 ha deciso di mettere insieme in un progetto di impresa che le permette di svilupparle tutte: EATfreedom (https://eat-freedom.com/), una start-up ideata nel 2016 con l’obiettivo di produrre cibo sano, gustoso e sostenibile per alpinisti di alta quota e non solo. “L’idea mi è venuta nel 2011, durante una spedizione tra Nepal e Tibet in cui ho osato provare gli 8.000 metri”. Una spedizione che Rocci Denis ha definito “particolare” perché l’ha dovuta affrontare in gran parte da sola, a causa di una sinusite che l’ha colpita durante il viaggio rendendole più lento e faticoso l’acclimatamento: “Il resto del gruppo è andato avanti- ha spiegato- e io mi sono ritrovata a 6.000 metri, con il mal di testa e tutti i disagi del caso, da sola, in una situazione che non avevo previsto”. Da scalatrice preparata, non si è persa d’animo, complice anche un certo spirito di avventura che l’ha portata in tutto il mondo, dall’Artico al Tibet, dal Perù alla Sierra Nevada, dall’Australia al Cile e all’Argentina, “ovunque coglievo l’occasione per esplorare, preferibilmente in alta montagna”.

LA MONTAGNA E IL DOTTORATO SULLA ‘COMBUSTIONE SUPERSONICA’

Tutto questo senza mai tralasciare l’altra grande passione, quella che le permette di guardare ancora più in alto delle sue montagne: nel 2000, Rocci Denis si laurea in ingegneria aerospaziale, con una tesi scritta a Monaco, e inizia subito a lavorare. “Già prima che finissi la tesi, l’Università tecnica di Monaco mi offrì una borsa di dottorato e un contratto da assistente con cui gestivo un laboratorio sperimentale sulla combustione supersonica”. Quattro anni, poi altri due, che la convincono a stabilirsi definitivamente in Germania. Forse anche perché nel frattempo molti suoi colleghi in Italia “mandavano curriculum, facevano una gavetta molto faticosa prima di arrivare ad avere la responsabilità di un laboratorio…”. Ma torniamo in Tibet: “Ero sola, insomma, e speravo di confortarmi un pochino con un bel pasto. Invece apro la busta del cibo e mi sento male già dall’odore. Da brava italiana e ingegnera ho pensato ‘così non si può'”. Il cibo che si porta in così alta quota, ci ha spiegato, è necessariamente liofilizzato e per cuocerlo basta aggiungere la neve sciolta, ma “Possibile che non si riesca a fare di meglio? Possibile che non si riescano a formulare alimenti così che siano più appetitosi, con meno additivi?“, si è chiesta Rocci Denis, che viene anche da una famiglia di ristoratori. E così, dopo aver sfiorato i 7100 metri di altitudine, Rocci Denis torna in Germania e inizia a pensare alla sua start- up: “Ho fatto molti corsi con la Womanboss Academy prima che si chiamasse così, per definire la ‘vision’ della mia impresa. L’ho visto, e lo vedo ancora adesso, come un investimento su me stessa, per inquadrare meglio i miei obiettivi e realizzarli con la dovuta pazienza”.

L’INCONTRO CON LO CHEF DI ‘CUCINA VERTICALE’

sara rocci denis cibo

Ci voleva, però, un’altra ‘persona giusta’ per iniziare il progetto, un partner d’eccezione che avesse l’esperienza per concepire e realizzare pasti di questo tipo: nel 2016 conosce Stefano Polato, chef creatore di ‘Cucina verticale’, con cui inizia subito la sua collaborazione. Prende il via il progetto ‘EATfreedom’ dove EAT è un acronimo per ‘Experience- Avdenture-Taste’: “Produciamo pasti pronti e disidratati per sportivi e amanti dell’avventura, in risposta all’esigenza di avere pasti veloci ma gustosissimi, sani e bilanciati nutrizionalmente così che corpo e mente siano supportati adeguatamente. I nostri cibi- ha proseguito Rocci- sono processati ove possibile a temperature che non ne rovinano il valore nutrizionale. Anche la liofilizzazione, se si sta attenti alla filiera di produzione, permette di mantenere gli ingredienti nel pieno delle proprietà nutritive”. Non solo: grande attenzione è riposta anche alla sostenibilità. “La liofilizzazione è un processo ad alto impatto. Per limitarlo, noi scegliamo gli ingredienti seguendo la stagionalità, ma ci stiamo muovendo con delle ‘partnership’ con cui fare ricerca per poter ridurre l’impatto, quando ne avremo i mezzi”. Poi c’è il discorso dell’imballaggio: “Il prodotto richiede una busta che contenga il cibo e che permetta l’aggiunta dell’acqua quasi bollente per prepararlo. Queste buste al momento sono ancora in alluminio multistrato, ma adesso abbiamo un’altra opzione e ci stiamo muovendo per passare a buste completamente compostabili, biodegradabili. Abbiamo una opzione valida che stiamo valutando con una ditta specializzata”.


IL MONDO DELL’INGEGNERIA E L’ALPINISMO, OSTACOLI E LINGUAGGIO

Due lavori, dunque, quello di ingegnera e quello di imprenditrice, in campi che ancora vengono percepiti come prevalentemente maschili. Tuttavia, “gli ostacoli maggiori forse non li ho trovati nel mondo del lavoro, ma ai primi anni di università”, ci ha detto Rocci Denis, che adesso ha due bambini piccoli e una famiglia da gestire assieme al compagno, e racconta di essersi spesso trovata, da studentessa, in un’aula con “300 ingegneri e solo 20 donne”. Al quinto anno, però, “gli studenti totali si sono ridotti a 50 e noi donne siamo rimaste sempre 20. Lì sono finiti i pregiudizi ed è iniziata la stima”. Meno problemi invece nel mondo dell’alpinismo: “Qui le donne che si cimentano sono molto ammirate e, anzi, alcuni leader di spedizione propongono prezzi vantaggiosi proprio per incoraggiare la presenza femminile e rendere il gruppo più bilanciato. Naturalmente per noi è più difficile anche solo per fare pipì!”. Stessa cosa per il mondo del lavoro, sia in laboratorio che come imprenditrice, dove “ho trovato un contesto sempre molto valorizzante rispetto all’esperienza femminile”. Merito anche dei tempi che cambiano e che si riflettono anche nel linguaggio: “Ammetto che sono abituata a farmi chiamare ‘ingegnere’, perché quando mi sono laureata non si sentiva mai il femminile e poi ho iniziato a lavorare in inglese e lì il problema non si pone. Ma capisco la grande importanza di questa evoluzione semantica e linguistica”. Ma quando si passa a ‘imprenditrice’ è diverso: “Troverei strano essere chiamata ‘imprenditore’. Forse perché ho iniziato più tardi e a 40 anni ho avuto molte più ‘role model’ imprenditrici di quante non avessi come ingegnere a 20“, ha concluso.

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2022-01-25T12:37:07+02:00